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Aprirsi con sincerità agli altri

23 Giu

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da: “Perché ho paura di dirti chi sono”

(Ed. Gribaudi) di John Powell, sacerdote gesuita e psicologo.

La tesi di fondo è : ognuno di noi è mosso da un violento desiderio di essere compreso e amato. Si tratta di una legge innegabile. Ora, chi è compreso ed amato matura più facilmente come persona. Tutti, infatti, portano dentro di sé molte cose (un passato segreto, vergogne clandestine, sogni distrutti, speranze nascoste, felicità frustrate, talenti inespressi ecc…) che, inconsciamente, piacerebbe condividere, però, al di sopra vi è una paura matta di aprirsi liberamente e sinceramente agli altri, a causa del timore, del loro giudizio. L’essere umano, infatti, è interiormente diviso, da una parte da un bisogno quasi irrefrenabile del mondo e delle persone, dall’altro lato da una paura quasi disperata di essere respinto se uscisse dall’isolamento. Il risultato è che la maggior parte degli individui risponde molto superficialmente all’invito di andare incontro agli altri perché prova grande disagio a rivelare la propria nudità interiore. Alcuni sono disposti solo a simulare l’esodo da se stessi, mentre solo pochi trovano il coraggio per imboccare la strada di un’autentica libertà.
Infatti, secondo l’autore, non è la strada dell’introspezione interiore che porta a un reale conoscimento di se stessi, ma la vera autenticità della persona è solo quando il mio esterno riflette fedelmente il mio interno.
In altri termini, per John Powell, nella misura in cui siamo capaci di rischiare, comunicando agli altri chi noi siamo o crediamo di essere, possiamo conoscere chi veramente noi siamo. La comunicazione, cioè è l’unica via che conduce alla comunione e quindi all’accettazione di se stessi e degli altri.
Se, invece, io riesco a comunicare con te e tu con me solo a livello del rapporto soggetto-oggetto, probabilmente ambedue comunicheremo con gli altri e persino con Dio al medesimo livello.
E così, meno una persona è aperta e dilatata all’incontro con l’altro più avrà soltanto parvenze di amicizie e un’eventuale parvenza di fede religiosa (puri scambi di cortesie senza alcun significato autenticamente personale). La vita, sarà, cioè costituita così da un mondo di oggetti, di cose da manipolare, da adoperare come distrazioni o fonti di piacere, ma essenzialmente la persona rimarrà profondamente sola e il processo dinamico della sua personalità soffocato. Ci sarà ,allora, bisogno di stimoli momentanei e artificiali che consistono in varie esperienze “eccitanti”, ossia brevi “viaggi” per sfuggire all’inesorabile impatto della realtà e della solitudine, ma che in realtà mettono una saracinesca di fronte alla vita.
Secondo il sacerdote americano, quindi, la vita ha una legge fondamentale: dobbiamo usare le cose ed amare le persone. Chi vive tutta quanta la sua vita a livello soggetto-oggetto, al contrario, ama le cose ed usa le persone, indossa delle maschere e non è mai se stesso. L’autore ritiene, inoltre, che i nostri sentimenti, se non li manifestiamo in qualche modo, prima o poi esploderanno per qualche via “dannosa”. La medicina psicosomatica, insegna, in tal senso che le emozioni represse possono esplodere in emicranie, eruzioni cutanee, allergie, banali raffreddori, asma, mal di schiena, dolori alle articolazioni, contrazioni muscolari. E ancora, altre esplosioni possono essere, ad esempio, lo sbattere le porte, il serrare i pugni, l’aumento della pressione, lo stringere i denti, le lacrime, gli eccessi di collera e persino la masturbazione.
Ma ciò che è importante sottolineare è che i nostri sentimenti non possono essere seppelliti definitivamente, cioè non possiamo sbarazzarcene facilmente perchè rimangono vivi giù nell’inconscio da dove ci feriscono e ci turbano, ma soprattutto ci condizionano, quotidianamente, e per di più senza neanche accorgercene. Se ,invece, manifesteremo, le nostre vere emozioni, positive o negative che siano, con sincerità, ma anche con equilibrio, rispettando nella comunicazione sia l’emittente (noi stessi) che il ricevente (gli altri), allora , conosceremo meglio il nostro vero io, saremo più padroni di noi stessi, faciliteremo lo svilupparsi di una personalità autentica e preserveremo la nostra salute psichica e fisica.
Il più delle volte se non apriamo al prossimo il nostro mondo emotivo è perché non vogliamo che entri in “casa nostra”, così nascondiamo ciò che proviamo realmente fino a razionalizzare questo atteggiamento, mascherandolo dietro motivazioni diverse, dettate unicamente dalla paura. Però, tutte queste ragioni sono essenzialmente fraudolente e il nostro atteggiamento non può che generare un rapporto fraudolento, freddo, distaccato e meschino, destinato a esaurirsi nel tempo. Dobbiamo, invece, essere capaci di operare un opzione fondamentale e responsabile all’amore, alla gratuità, al dono di sé agli altri e in tale scelta scorgere la motivazione essenziale della nostra vita. In quale modo ciò avverrà è solo relativo.

“Chi ha un perché nella vita troverà anche il come”

 (V.Frankl).

 
1 Commento

Pubblicato da su 23 giugno 2012 in Uncategorized

 

Una risposta a “Aprirsi con sincerità agli altri

  1. ladrodipensieri

    8 luglio 2009 at 20:09

    come dire…..il tuo post sicuramente dice molte verità. Verità che a volte sono difficili da ammettere.
    Io invece ribalterei il discorso…ci sono persone che “sono mosse da un desiderio di amare “…sono loro che “portano dentro di se” un bagaglio di un passato a volte da dimenticare e che quando trovano la persona a cui confidare le loro “vergogne” si dimostrano sinceri e senza “simulazioni”.
    Sono persone che pagano caro questo loro desiderio perchè è facilissimo essere fraintesi in questo mondo dove non si fa null aper nulla…eppure ci sono.
    Sono persone che cadono spesso nel fango…..e ogni volta fanno fatica a rialzarsi.

     

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