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Archivio mensile:giugno 2012

Purificare il cuore..

Dio può essere trovato nel cuore dell’uomo

Nella vita dell’uomo la salute del corpo rappresenta un bene, ma la felicità non consiste nel conoscere la ragione della salute, bensì nel vivere in salute. Se uno dopo aver celebrato le lodi della salute, prende cibi che gli causano malattie, che cosa gli possono giovare le lodi della salute? Allo stesso modo dobbiamo intendere il presente discorso, quando il Signore dice che la felicità non consiste nel conoscere qualche verità su Dio, ma nell’avere Dio in se stessi: «Beati», infatti, «i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8). Mi pare proprio che Dio voglia mostrarsi a faccia a faccia a colui che ha l’occhio dell’anima ben purificato, ma secondo quanto dice Cristo: Il regno di Dio è dentro di voi (cfr. Lc 17, 21). Chi ha purificato il suo cuore può contemplare l’immagine della divina natura nella bellezza della sua stessa anima.

Se dunque laverai le brutture che hanno coperto il tuo cuore, risplenderà in te la divina bellezza. Come il ferro, liberato dalla ruggine, splende al sole, così anche l’uomo interiore, quando avrà rimosso da sé la ruggine del male, ricupererà la somiglianza con la forma originale e primitiva e sarà buono.

Quindi chi vede se stesso, contempla ciò che desidera in se stesso. In tal modo diviene beato chi ha il cuore puro, perché mentre guarda la sua purità, scorge, attraverso questa immagine, la sua prima e principale forma. Coloro che vedono il sole in uno specchio, benché non fissino i loro occhi in cielo, vedono il sole non meno bene di quelli che guardano direttamente l’astro luminoso. Così anche voi, benché le vostre forze non siano sufficienti per scorgere e contemplare la luce inaccessibile, se ritornerete alla grazia originaria troverete in voi ciò che cercate. La divinità infatti è purezza, è assenza di vizi e di passioni, è lontananza da ogni male. Se dunque queste realtà sono in te, Dio è senz’altro in te. Quando pertanto la tua anima sarà pura da ogni sorta di vizi, libera da passioni e difetti e lontana da ogni inquinamento, allora sei felice per l’acutezza e la limpidezza della vista, perché ciò che sfuggirà allo sguardo di coloro che non si sono purificati, tu invece, purificato, lo scorgerai. Tolta dagli occhi spirituali l’oscurità materiale, avrai la beata visione nella pura serenità del cuore.

E questo sublime spettacolo in che cosa consiste? Nella santità, nella purezza, nella semplicità, e in tutti i luminosi splendori della natura divina per mezzo dei quali si vede Dio.

Dalle «Omelie» di san Gregorio di Nissa, vescovo

(Om. 6, sulle beatitudini; PG 44, 1270-1271)

 
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Pubblicato da su 30 giugno 2012 in Uncategorized

 

Come vasi di creta

La debolezza e la forza di san Paolo nella riflessione di Benedetto XVI

“Quando sono debole, è allora che sono forte”. Queste parole di san Paolo, contenute nella seconda Lettera ai Corinzi, sono state il filo conduttore della catechesi dell’udienza generale di oggi, dedicata all’“esperienza personale” a cui san Paolo fa riferimento nel capitolo 12, dove “con grande pudore” racconta “il momento in cui visse l’esperienza particolare di essere rapito sino al cielo di Dio”, quattordici anni prima dell’invio della Lettera. “Per non montare in superbia per la grandezza delle rivelazioni ricevute – ha commentato Benedetto XVI – egli porta con sé una ‘spina’, una sofferenza, e supplica con forza il Risorto di essere liberato dall’inviato del Maligno, da questa spina dolorosa nella carne”. La risposta di san Paolo a questa “prova”, ha affermato il Papa, “rivela come egli abbia compreso che cosa significa essere veramente apostolo del Vangelo”: “Mi compiaccio nelle mie debolezze – si legge, infatti, nella seconda Lettera ai Corinzi – negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte”. “Questo atteggiamento di profonda umiltà e fiducia di fronte al manifestarsi di Dio – ha detto il Papa – è fondamentale anche per la nostra preghiera e per la nostra vita”. 

La debolezza è forza. “Ogni difficoltà nella sequela di Cristo e nella testimonianza del suo Vangelo può essere superata aprendosi con fiducia all’azione del Signore”, ha assicurato Benedetto XVI, sottolineando come san Paolo “comprende con chiarezza come affrontare e vivere ogni evento, soprattutto la sofferenza, la difficoltà, la persecuzione: nel momento in cui si sperimenta la propria debolezza, si manifesta la potenza di Dio, che non abbandona, non lascia soli, ma diventa sostegno e forza”. “Nella misura in cui cresce la nostra unione con il Signore e si fa intensa la nostra preghiera – ha proseguito il Papa – anche noi andiamo all’essenziale e comprendiamo che non è la potenza dei nostri mezzi che realizza il Regno di Dio, ma è Dio che opera meraviglie proprio attraverso la nostra debolezza”. Per questo “dobbiamo avere l’umiltà di non confidare in noi stessi, ma di lavorare nella vigna del Signore, affidandoci a Lui come fragili vasi di creta”. 

La forza si manifesta nella debolezza. “È Dio che opera meraviglie proprio attraverso la nostra debolezza, la nostra inadeguatezza all’incarico”, ha assicurato il Papa, parlando a braccio sul tema della preghiera nella seconda Lettera di san Paolo ai Corinzi, che dimostra come “la forza si manifesta pienamente nella debolezza”. “Paolo avrebbe preferito essere liberato” dalla “prova” descritta nella Lettera, ha commentato Benedetto XVI, ma il Signore gli ha risposto: “Avrai sufficiente grazia per resistere”. “Il Signore – ha spiegato infatti il Santo Padre – non libera dai mali, ma ci aiuta a maturare nelle sofferenze, nelle difficoltà, nelle persecuzioni”. “La fede – ha proseguito il Papa – ci dice che se rimaniamo in Dio, anche se l’io esteriore si va disfacendo, anche se ci sono tante difficoltà, quello interiore si rinnova, matura di giorno in giorno proprio nelle prove”. “Anche noi siamo deboli, ma vivremo in Lui”, ha detto Benedetto XVI, spiegando come “la preghiera non allontana dal mondo, ma ci dà la forza di fare quello che si deve fare nel mondo”.

La sua tenda in mezzo a noi. “In un mondo in cui rischiamo di confidare solamente sull’efficienza e la potenza dei mezzi umani, siamo chiamati a riscoprire e testimoniare la testimonianza della preghiera”, ha ammonito il Papa, spiegando come “nella preghiera noi apriamo il nostro animo al Signore affinché Egli venga ad abitare la nostra debolezza, trasformandola in forza per il Vangelo”. Il Signore, ci insegna san Paolo, “continua a porre la sua tenda in noi, in mezzo a noi: è il Mistero dell’Incarnazione. Lo stesso Verbo divino, che è venuto a dimorare nella nostra umanità, vuole abitare in noi, piantare in noi la sua tenda, per illuminare e trasformare la nostra vita”. 

Affascinante e tremendo. “Contemplare il Signore – ha spiegato il Papa sulla scorta di san Paolo – è, allo stesso tempo, affascinante e tremendo: affascinante perché Egli ci attira a sé e rapisce il nostro cuore verso l’alto, portandolo alla sua altezza dove sperimentiamo la pace, la bellezza del suo amore; tremendo perché mette a nudo la nostra debolezza umana, la nostra inadeguatezza, la fatica di vincere il Maligno che insidia la nostra vita, quella spina conficcata anche nella nostra carne”. “Nella preghiera, nella contemplazione quotidiana del Signore – ha testimoniato Benedetto XVI citando la Lettera ai Romani – noi riceviamo la forza dell’amore di Dio e sentiamo che sono vere le parole di san Paolo ai cristiani di Roma: ‘Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore’”.

La vera mistica. “La mistica di san Paolo – ha precisato Benedetto XVI – non si fonda soltanto sugli eventi eccezionali da lui vissuti, ma anche sul quotidiano e intenso rapporto con il Signore che lo ha sempre sostenuto con la sua grazia”. “Anche nella nostra vita di preghiera possiamo avere momenti di particolare intensità, in cui sentiamo più viva la presenza del Signore”, ha commentato il Papa, “ma è importante la costanza, la fedeltà del rapporto con Dio, soprattutto nelle situazioni di aridità, di difficoltà, di sofferenza”. “Soltanto se siamo afferrati dall’amore di Cristo, saremo in grado di affrontare ogni avversità come Paolo, convinti che tutto possiamo in Colui che ci dà forza”, la convinzione di fondo del Santo Padre: “Quanto più diamo spazio alla preghiera, tanto più vedremo che la nostra vita si trasformerà e sarà animata dalla forza concreta dell’amore di Dio”. L’esempio additato dal Papa è quello della beata Madre Teresa di Calcutta.

 
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Pubblicato da su 29 giugno 2012 in Uncategorized

 

LA FEDE

Scriveva Natalia Ginzburg nel 1970: “La fede non è una bandiera da portarsi in gloria. E’, invece, una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d’inverno”. Quanti commenti si potrebbero fare a questa frase… Nessuno si deve sentire arrivato in ambito spirituale, ma, come dice S.Paolo, “chi è in piedi guardi di non cadere”.

 

Preghiera per la fede

di Paolo VI

Signore, io credo: io voglio credere in Te.

O Signore, fa che la mia fede sia piena, senza riserve, e che essa penetri nel mio pensiero, nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane.

O Signore, fa che la mia fede sia libera: cioè abbia il concorso personale della mia adesione, accetti le rinunce ed i doveri che essa comporta e che esprima l’apice decisivo della mia personalità: credo in Te, o Signore.

O Signore, fa che la mia fede sia certa; certa d’una sua esteriore congruenza di prove e d’una interiore testimonianza dello Spirito Santo, certa di una sua luce rassicurante, d’una sua conclusione pacificante, d’una sua assimilazione riposante.

O Signore. fa che la mia fede sia forte; non tema le contrarietà dei problemi, onde è piena l’esperienza della nostra vita avida di luce; non tema le avversità di chi la discute, la impugna, la rifiuta, la nega; ma si rinsaldi nell’intima prova della Tua verità, resista alla fatica della critica, si corrobori nella affermazione continua sormontante le difficoltà dialettiche e spirituali, in cui si svolge la nostra temporale esistenza.

O Signore, fa che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al mio spirito, e lo abiliti all’orazione con Dio e alla consacrazione con gli uomini, così che irradi nel colloquio sacro e profano l’interiore beatitudine del suo fortunato possesso.

O Signore, fa che la mia fede sia operosa e dia alla carità le ragioni della sua espansione morale, così che sia vera amicizia con Te e sia in Te nelle opere, nelle sofferenze, nell’attesa della rivelazione finale, una continua testimonianza, un alimento continuo di speranza.

O Signore, fa che la mia fede sia umile e non presuma fondarsi sull’esperienza del mio pensiero e del mio sentimento; ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito Santo, e non abbia altra migliore garanzia che nella docilità alla Tradizione e all’autorità del Magistero della santa Chiesa. Amen.

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2012 in Uncategorized

 

Tu, o Signore….

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Tu, o Signore, continui a sfogliare
le pagine del mio romanzo,
e vi aggiungi sempre parole di pace e di perdono;
o Signore,
costantemente mi chiami e mi interpelli
anche se non so interpretare la Tua voce,
anche se continuo a costruirmi
i miei castelli sulla sabbia.

Tu mi insegui,
mi passi sempre accanto, inosservato…,
e mi sfiori dolcemente con la tua carezza soffice
fino a quando il tuo tenero bacio
non prosciuga l’ultima mia lacrima.

Tu, o Signore, insisti sempre
a voler sottrarre alla morte anche i sordi
i falliti, lo sfiduciato e chiunque si ostina
a non lasciarsi inebriare
dal Tuo eterno soffio rigeneratore…
perchè, Signore, Tu sei la vita che non muore!

(L. Spilla)

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2012 in Uncategorized

 

MESSAGGIO DA MEDJUGORJE 25 GIUGNO 2012

“Cari figli! Con la grande speranza nel cuore anche oggi vi invito alla preghiera. Se pregate figlioli, voi siete con me, cercate la volontà di mio Figlio e la vivete. Siate aperti e vivete la preghiera; in ogni momento sia essa sapore e gioia della vostra anima. Io sono con voi e intercedo per tutti voi presso mio Figlio Gesù. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

 
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Pubblicato da su 26 giugno 2012 in Uncategorized

 

Video Krizevac

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Pubblicato da su 25 giugno 2012 in Uncategorized

 

Gesù fa l’elogio del Battista

(Gesù fa l’elogio del Battista (Mt 11,7-19 // Lc 7,24-35)

Lc 7,24Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle:

È proprio in questo momento che Gesù fa l’elogio del Battista difendendone l’onore, perché poteva essere possibile, di fronte a quella domanda dubbiosa, che la gente dubitasse di Giovanni Battista come se fosse una banderuola, una persona instabile e insicura.

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?

Quasi tutte le persone presenti al discorso di Gesù erano state anche loro nel deserto dal Battista e Gesù si rivolge proprio a loro con una certa severità: Perché ci siete andati? Perché siete andati a sentirlo? Siete andati a cercare una canna? Una canna sbattuta dal vento è tipica immagine biblica che corrisponde a quello che noi diremmo una banderuola, cioè una realtà debole, instabile, che si muove a seconda di come soffia il vento. È forse un uomo così che voi siete andati a cercare? Certamente no!

25Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso?

Uno ricco, uno alla moda, uno che attira lo sguardo per la sua eleganza, la sua ricchezza? No di certo…

Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re.

Riconosciamo qui una allusione al persecutore del Battista, cioè Erode: lui sì che è una canna sbattuta dal vento; il potente Erode è una banderuola, una marionetta! Giovanni infatti non era un uomo vestito con abiti di lusso, Erode sì. Ma voi, allora, cosa siete andati a cercare?

26Ebbene, che cosa siete andati a vedere?

Per la terza volta Gesù pone questa domanda in modo tale che i suoi ascoltatori entrino in se stessi e cerchino una risposta.

Un profeta?

È proprio questa la risposta che dovevate dare. Certo, sì, siete andati a vedere un profeta,

Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 27Egli è colui del quale sta scritto:

Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero,

davanti a te egli preparerà la tua via.

Questa è una citazione ancora dal profeta Malachia al cap. 3, una citazione che avevamo già trovato all’inizio nel Vangelo secondo Luca, messa in bocca all’angelo Gabriele quando annunciava la nascita di questo bambino. È una formula che anche Gesù adopera per identificare il ruolo del Battista, non solo un profeta – uno dei tanti – ma il messaggero di Dio.

In greco ―messaggero‖ si dice «a;ggeloj» (ángelos) e nella tradizione bizantina Giovanni Battista è visto come l’angelo di Dio, il messaggero per eccellenza; tanto è vero che in molte icone viene raffigurato con le ali. È invece un uomo in carne e ossa con la pelle ruvida dell’uomo del deserto, con i panni rustici; ma tuttavia ha le ali degli angeli. È un uomo angelico, un uomo che ha un compito angelico.

Il testo che cita Gesù non è proprio alla lettera il brano di Malachia, ma è una fusione con un versetto dell’Esodo, dove il Signore dice a Mosè che manderà davanti al popolo il suo angelo per preparare la strada al popolo:

( Es 23,20Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. )

È un testo che noi leggiamo il 2 ottobre nella festa degli Angeli Custodi e Gesù applica questo testo – in cui Dio promette di mandare il suo messaggero davanti al popolo – alla persona del Battista che è… ben più di un profeta.

( Il più grande… ma anche il più piccolo)

28Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui.

  ( Conversazioni bibliche di don Claudio Doglio)

(trovata sul web)

PREGHIERA A SAN GIOVANNI BATTISTA

 San Giovanni Battista, che fosti chiamato da Dio a preparare la via

al Salvatore del mondo e invitasti le genti alla penitenza e alla conversione,

fa’ che il nostro cuore sia purificato dal male perchè diveniamo degni di 

accogliere il Signore.

Tu che avesti il privilegio di battezzare nelle acque del Giordano il Figlio di Dio

fatto uomo e di indicarlo a tutti quale Agnello che toglie i peccati del mondo,

ottienici l’abbondanza del doni dello Spirito Santo e guidaci nella via

della salvezza e della pace. Amen

 
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Pubblicato da su 24 giugno 2012 in Uncategorized

 

Aprirsi con sincerità agli altri

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da: “Perché ho paura di dirti chi sono”

(Ed. Gribaudi) di John Powell, sacerdote gesuita e psicologo.

La tesi di fondo è : ognuno di noi è mosso da un violento desiderio di essere compreso e amato. Si tratta di una legge innegabile. Ora, chi è compreso ed amato matura più facilmente come persona. Tutti, infatti, portano dentro di sé molte cose (un passato segreto, vergogne clandestine, sogni distrutti, speranze nascoste, felicità frustrate, talenti inespressi ecc…) che, inconsciamente, piacerebbe condividere, però, al di sopra vi è una paura matta di aprirsi liberamente e sinceramente agli altri, a causa del timore, del loro giudizio. L’essere umano, infatti, è interiormente diviso, da una parte da un bisogno quasi irrefrenabile del mondo e delle persone, dall’altro lato da una paura quasi disperata di essere respinto se uscisse dall’isolamento. Il risultato è che la maggior parte degli individui risponde molto superficialmente all’invito di andare incontro agli altri perché prova grande disagio a rivelare la propria nudità interiore. Alcuni sono disposti solo a simulare l’esodo da se stessi, mentre solo pochi trovano il coraggio per imboccare la strada di un’autentica libertà.
Infatti, secondo l’autore, non è la strada dell’introspezione interiore che porta a un reale conoscimento di se stessi, ma la vera autenticità della persona è solo quando il mio esterno riflette fedelmente il mio interno.
In altri termini, per John Powell, nella misura in cui siamo capaci di rischiare, comunicando agli altri chi noi siamo o crediamo di essere, possiamo conoscere chi veramente noi siamo. La comunicazione, cioè è l’unica via che conduce alla comunione e quindi all’accettazione di se stessi e degli altri.
Se, invece, io riesco a comunicare con te e tu con me solo a livello del rapporto soggetto-oggetto, probabilmente ambedue comunicheremo con gli altri e persino con Dio al medesimo livello.
E così, meno una persona è aperta e dilatata all’incontro con l’altro più avrà soltanto parvenze di amicizie e un’eventuale parvenza di fede religiosa (puri scambi di cortesie senza alcun significato autenticamente personale). La vita, sarà, cioè costituita così da un mondo di oggetti, di cose da manipolare, da adoperare come distrazioni o fonti di piacere, ma essenzialmente la persona rimarrà profondamente sola e il processo dinamico della sua personalità soffocato. Ci sarà ,allora, bisogno di stimoli momentanei e artificiali che consistono in varie esperienze “eccitanti”, ossia brevi “viaggi” per sfuggire all’inesorabile impatto della realtà e della solitudine, ma che in realtà mettono una saracinesca di fronte alla vita.
Secondo il sacerdote americano, quindi, la vita ha una legge fondamentale: dobbiamo usare le cose ed amare le persone. Chi vive tutta quanta la sua vita a livello soggetto-oggetto, al contrario, ama le cose ed usa le persone, indossa delle maschere e non è mai se stesso. L’autore ritiene, inoltre, che i nostri sentimenti, se non li manifestiamo in qualche modo, prima o poi esploderanno per qualche via “dannosa”. La medicina psicosomatica, insegna, in tal senso che le emozioni represse possono esplodere in emicranie, eruzioni cutanee, allergie, banali raffreddori, asma, mal di schiena, dolori alle articolazioni, contrazioni muscolari. E ancora, altre esplosioni possono essere, ad esempio, lo sbattere le porte, il serrare i pugni, l’aumento della pressione, lo stringere i denti, le lacrime, gli eccessi di collera e persino la masturbazione.
Ma ciò che è importante sottolineare è che i nostri sentimenti non possono essere seppelliti definitivamente, cioè non possiamo sbarazzarcene facilmente perchè rimangono vivi giù nell’inconscio da dove ci feriscono e ci turbano, ma soprattutto ci condizionano, quotidianamente, e per di più senza neanche accorgercene. Se ,invece, manifesteremo, le nostre vere emozioni, positive o negative che siano, con sincerità, ma anche con equilibrio, rispettando nella comunicazione sia l’emittente (noi stessi) che il ricevente (gli altri), allora , conosceremo meglio il nostro vero io, saremo più padroni di noi stessi, faciliteremo lo svilupparsi di una personalità autentica e preserveremo la nostra salute psichica e fisica.
Il più delle volte se non apriamo al prossimo il nostro mondo emotivo è perché non vogliamo che entri in “casa nostra”, così nascondiamo ciò che proviamo realmente fino a razionalizzare questo atteggiamento, mascherandolo dietro motivazioni diverse, dettate unicamente dalla paura. Però, tutte queste ragioni sono essenzialmente fraudolente e il nostro atteggiamento non può che generare un rapporto fraudolento, freddo, distaccato e meschino, destinato a esaurirsi nel tempo. Dobbiamo, invece, essere capaci di operare un opzione fondamentale e responsabile all’amore, alla gratuità, al dono di sé agli altri e in tale scelta scorgere la motivazione essenziale della nostra vita. In quale modo ciò avverrà è solo relativo.

“Chi ha un perché nella vita troverà anche il come”

 (V.Frankl).

 
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Pubblicato da su 23 giugno 2012 in Uncategorized

 

Importunate il buon Dio

La croce

Ci lamentiamo di soffrire; avremmo maggiore ragione di lamentarci di non soffrire, poiché niente ci rende piu’ simili a Nostro Signore. Oh, bella unione dell’anima con Nostro Signo­re Gesu’ Cristo mediante l’amore della sua croce! Nostro Signore e’ il nostro modello: prendiamo la nostra croce e seguiamolo. Se il buon Dio ci invia delle croci, ci scoraggiamo, ci lamentiamo, mormoriamo, siamo talmente nemici di tutto quello che ci contraria, che vorremmo sempre essere in una scatola di bambagia.

Nel vostro battesimo avete accettato una croce che dovete lasciare soltanto alla morte.

Puo’ essere la vita di un buon cristiano altra cosa che quel­la di un uomo attaccato alla croce con Gesu’ Cristo? Se qualcuno vi dicesse: «Vorrei volentieri diventar ricco, cosa devo fare?», gli rispondereste: «Bisogna lavorare». Ebbe­ne!, per andare in cielo, bisogna soffrire. Non bisogna mai guardare da dove vengono le croci: ven­gono da Dio. E’ sempre Dio che ci da’ questo mezzo per pro­vargli il nostro amore. La croce e’ il libro piu’ sapiente che si possa leggere. Colo­ro che non conoscono questo libro sono ignoranti, anche se conoscono tutti gli altri libri. I veri sapienti sono soltanto colo ro che lo amano, lo consultano, l’approfondiscono… Quanto piu’ si e’ alla sua scuola, tanto piu’ si vuole rimanervi. Il tempo vi passa senza noia. Si sa tutto quello che si vuole sapere, e non si e’ mai sazi di cio’ che vi si gusta. Le persone del mondo si affliggono quando hanno delle croci, i cristiani veri si affliggono soltanto quando non ne hanno. Nella via della croce, soltanto il primo passo costa.La paura delle croci e’ la nostra grande croce. Tutto va bene se portiamo bene la nostra croce.

Ci sono due modi di soffrire: soffrire amando e soffrire senza amare. I santi soffrivano tutti con pazienza, gioia e perse­veranza, perché amavano. Noi soffriamo con rabbia, dispetto e noia, perché non amiamo. Se amassimo Dio, saremmo felici di poter soffrire per amore di Colui che ha accettato di soffrire per noi. Voi dite che e’ duro? No, e’ dolce, e’ consolante, e’ soave: e’ la felicita’… Soltanto, bisogna amare quando si soffre, e soffrire amando.

Colui che va incontro alla croce, cammina in senso inverso alle croci: egli le incontra forse, ma e’ contento di incontrarle: le ama, le porta con coraggio. Lo uniscono a Nostro Signore. Lo purificano. Lo distaccano da questo mondo. Tolgono gli osta­coli dal suo cuore e lo aiutano ad attraversare la vita come un ponte aiuta a passare l’acqua. La maggior parte degli uomini gira le spalle alle croci e scappa davanti ad esse. Quanto piu’ essi corrono, tanto piu’ la croce li insegue. Dovremmo correre dietro alla croce come l’avaro corre dietro al denaro. Sembra che perché si ama un po’ il buon Dio, non si debba avere niente che ci contrari, niente che ci faccia soffrire… E’ perché non capiamo il valore e la felicita’ delle croci. Non capisco come mai un cristiano possa non amare la croce e fuggirla! Non significa fuggire allo stesso tempo colui che ha voluto esservi appeso e morire per noi? La croce e’ la lampada che illumina il cielo e la terra. Bisogna chiedere l’amore per le croci: allora diventano dolci. Ne ho fatto l’esperienza: durante quattro o cinque anni sono stato calunniato, contraddetto molto, scompigliato assai. Oh, ne avevo delle croci… ne avevo quasi piu’ di quello che ne potevo portare! Mi son messo a chiedere l’amore per le croci… allora sono stato felice. Lo dico sul serio: non c’e’ felicita’ che la’…

Quando si amano le croci, non se ne ha mai, ma, quando si respingono, vi si rimane schiacciati. Fuggire le croci, e’ volerne essere oppresso; desiderarle, e’ non sentirne l’amarezza La croce!, la croce! Fa perdere la pace? E’ lei che da’ la pace al mondo; e’ lei che deve portarla nel nostro cuore. Tutte le nostre miserie provengono dal fatto che non l’amiamo. E’ la paura delle croci che aumenta le croci. Una croce portata sem­plicemente e senza questi ritorni dell’amor proprio che esage­rano i dolori, non e’ piu’ una croce, una sofferenza. La croce e’ un dono che il buon Dio fa ai suoi amici. Cio’ che fa si che non amiamo Dio e’ che non siamo arriva­ti a quel grado in cui tutto quello che costa ci fa piacere. Una lunga malattia e’ vantaggiosa per un cristiano che sa approfittarne. Bisogna gia’ essere arrivato ad un certo grado di perfezione per sopportare la malattia con pazienza. Non si ha il coraggio di portare la propria croce! Si ha ben torto, poiché, checché facciamo, la croce ci tiene, non possia­mo sfuggirle.

Importunate il buon DIO (pensieri e discorsi del curato d’Ars)

 
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Pubblicato da su 22 giugno 2012 in Uncategorized

 

Stai con me..

 

Stai con me, e io inizierò a risplendere
come tu risplendi,
a risplendere fino ad essere luce per gli altri.
La luce, o Gesù, verrà tutta da te: nulla sarà merito mio.
Sarai tu a risplendere,
attraverso di me, sugli altri.
Fa’ che io ti lodi così
nel modo che tu più gradisci,
risplendendo sopra tutti coloro
che sono intorno a me.
Dà luce a loro e dà luce a me;
illumina loro insieme a me, attraverso di me.
Insegnami a diffondere la tua lode,
la tua verità, la tua volontà.
Fa’ che io ti annunci non con le parole
ma con l’esempio,
con quella forza attraente,
quella influenza solidale
che proviene da ciò che faccio,
con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi,
e con la chiara pienezza dell’amore
che il mio cuore nutre per te.

(John Henry Newman)

 
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Pubblicato da su 21 giugno 2012 in Uncategorized