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Archivio mensile:aprile 2012

il Buon Pastore…

 

QUALE ALLEGRIA…

Questa settimana Gesù si definisce il Buon Pastore…
E noi quindi saremmo delle pecore?
La pecora non è un animale con l’indole che ammiriamo…
Mica avete mai visto una squadra di calcio che nello stemma porta una pecora?
Tutti leoni, aquile, tori, zebre, cavalli…
Vediamo di capirci qualcosa.
Noi non siamo molto abituati agli esempi che Gesù faceva ai suoi discepoli.
Nei luoghi e nei tempi in cui è vissuto Gesù, le attività di tutti i giorni erano l’agricoltura, la pastorizia, la pesca.
Era naturale che Cristo, per farsi capire dai suoi discepoli, facesse degli esempi relativi a quelle attività.
Dobbiamo quindi, per capire il Vangelo, capire bene la realtà del tempo.
Il pastore,ad esempio, non era armato di fucili o pistole o bombe atomiche…e neppure aveva il telefonino per chiamare aiuto…
Aveva unicamente un bastone che in realtà non gli serviva per difendersi ma per guidare meglio il gregge.
Voi capite allora che se il gregge veniva assalito da lupi o da briganti, il pastore doveva intervenire per difenderlo in prima persona, mettendo a rischio la sua vita.
E’ chiaro che se il pastore non era anche il padrone del gregge, di fronte ad una situazione di pericolo, secondo voi che faceva?
Se la svignava!
Sì, scappava lasciando nel pericolo le pecore.
Se invece il pastore è colui che ama le pecore, che le conosce una per una, che le chiama per nome, pur di difendere il suo gregge offre la sua vita.
Se le cose stanno così dobbiamo dire che c’è poco da sentirsi offesi ad essere pecore.
In realtà, peraltro, una vita da pecore spesso la conduciamo… ma, non è colpa di Dio!
La moda che ci impone di vestire tutti in una stessa maniera, griffati:
o siamo di tendenza o non esistiamo…;
magari dimenticando chi, non su un altro pianeta ma a poche centinaia di metri da noi, non ha un tozzo di pane!
La pubblicità che scandisce i ritmi dei nostri desideri.
Vi faccio un esempio:
qualche anno fa tutti con la play station 1;
dopo un po’ tutti con la play station 2 e poi la 3 e così via fra qualche anno avrete tutti la play station 100.
Il mondo ci prende e ci riduce veramente come un gregge anonimo dove tutti quanti noi siamo chiamati a fare sempre di “sì” con la testa, anche alle cose più stupide o, a volte, anche alle più dannose.
“Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore”.
Ragazzi, ma voi ci avete mai pensato che Cristo ci conosce personalmente?
Lui ci conosce per nome, non siamo un numero anonimo in mezzo ad altri miliardi di altri numeri!
Lui ci vede sempre, in ogni istante, in ogni difficoltà, in ogni peccato.
Lui ci conosce!
Conoscere per Dio significa semplicemente che LUI CI AMA!
Questa è la conoscenza che Dio ha per noi.
Questo Vangelo ci fa intendere che non siamo soli, che nelle difficoltà della vita non siamo abbandonati, che nelle amarezze del quotidiano, Dio è con noi!
Chissà quante volte abbiamo fatto questa esperienza con i nostri amici:
Quando le cose vanno bene, quando sei in gamba, quando hai l’ultima novità di telefonino o l’ultimo gioco o magari quando hai qualche euro di più in tasca, hai tanti amici, tante persone che ti stanno intorno, che non ti lasciano mai solo.
Quando invece hai delle difficoltà, quando non puoi permetterti di avere determinati oggetti, quando sei triste e hai bisogno di sfogarti, di parlare di un tuo problema spesso sperimenti la solitudine, l’abbandono.
Una bella notizia:
Cristo ci è accanto sempre, anche e soprattutto quando veniamo attaccati dai lupi.
Dio è sempre con noi, è Lui l’amico che non ti lascia mai solo.
In ogni situazione di vita, anche la più disperata Gesù ti è accanto e ti tiene per mano.
Il Vangelo oggi ci ammaestra, ci invita a confidare in Cristo.
“Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita…”
E’ Gesù che parla, è Gesù che ci dice che ci offre la Sua vita e che Dio, per questo Suo donarsi, lo ama.
Questo versetto ci fa intendere anche come Dio ci vuole:
Dio ama chi si dona, chi si dona all’amico in difficoltà, chi si dona al fratellino, chi si dona ai genitori, chi si dona a chi non lo merita…
A volte la presenza di Dio la possiamo trovare anche nel nostro prossimo quando ci è accanto in momenti tristi.
A volte anche noi possiamo essere presenza di Gesù stando vicino a quell’amico…,
dai, coraggio, mettici tu il nome!
E che, potevo salutarvi senza il raccontino?
Durante una scalata in montagna, a causa di una improvvisa tempesta, uno scalatore rimane senza nessun appiglio di corda a poche decine di metri dalla cima.
Con tutte le sue forze si mantiene alla roccia e comincia a gridare forte “C’è nessuno lassù in cima? Aiutatemi…..”. Per ore le urla dello sventurato risuonano. All’improvviso, come d’incanto, una corda viene calata e l’uomo quasi incredulo si aggrappa e inizia la risalita. Con il cuore colmo di gratitudine aggrappato alla corda chiede allo sconosciuto soccorritore non ancora visibile: “Ma tu chi sei?”.
Risponde una voce dall’alto “Sono tuo padre, ho sempre vegliato su di te, ti ho seguito anche questa volta e anche in futuro ti aiuterò a seguire la via buona, ti sosterrò nel portare la croce, ti spingerò a rinunciare alle comodità della vita per donarti la vera gioia, con me abbandonerai tutti i tuoi peccati…”.
Lo scalatore all’udire questo programma di vita si ferma nella risalita, lascia la corda, si aggrappa alla montagna e ricomincia a gridare: “C’è qualcun altro lassù? Aiutooooooooooooo”.
E’ un Papà a volte scomodo Dio ma con Lui si arriva direttamente in cima cioè, volevo dire, in Paradiso!

servo inutile
Don Michele Cuttano
http://www.novena.it/narrare_la_fede_ai_figli/2012/290412.htm

PREGHIERA A GESU’ BUON PASTORE

Gesù mio, sono anch’io una Tua pecorella; quante volte ho voluto allontanarmi da Te, ho lasciato i pascoli erbosi, le acque tranquille dove Tu mi conducevi, ho rifiutato di seguirTi, di stare dentro il Tuo gregge; ma ho trovato sassi e spine, acque amare e serpenti velenosi; nella solitudine e nel buio ho belato di paura, ho bramato di vedere il Tuo volto, di sentire la Tua voce… E Tu pure hai provato tanta pena per me, mi hai chiamato e cercato, nei fossi e tra i dirupi, infine mi hai raccolto, tremante, fra le Tue braccia, sul Tuo cuore mi hai fatto riposare, hai fasciato il mio piede sanguinante. Ed ora che ci siamo ritrovati, o mio Signore, voglio restare sempre con Te, vicino a Te, non voglio più separarmi, mai più!  Ti amo, Gesù, mio Buon Pastore, mio Signore e mio Dio; fai che possa restare sempre con Te, sempre con Te, in questo mondo e per tutta l’eternità. Grazie, Signore Gesù, mio Signore e mio Dio, mio tutto, ora e sempre. Amen. 

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2012 in Uncategorized

 

MESSAGGIO DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE DEL 25 APRILE 2012

 

“Cari figli! Anche oggi vi invito alla preghiera e ad aprire il vostro cuore verso Dio, figlioli, come un fiore verso il calore del sole. Io sono con voi e intercedo per tutti voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

 
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Pubblicato da su 25 aprile 2012 in Uncategorized

 

LA MISERICORDIA DIVINA

Frammenti del libro del reverendo
prof. don Michele Sopocko        direttore spirituale di suor Faustina
LA MISERICORDIA DI DIO NELLE SUE OPERE

“I pensieri umani che riguardano Dio sono molto annebbiati perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).
(…) Se non avessimo mai visto il sole, ma soltanto lo giudicassimo  dalla luce che si vede in un giorno nuvoloso, non saremmo in grado di farci una giusta concezione sulla sorgente della luce del giorno. Oppure se non avessimo mai visto la luce bianca
e se la conoscessimo attraverso i sette colori dell’arcobaleno, non potremmo conoscere il bianco. Similmente, da soli non possiamo farci un’idea sull’Essenza Divina, ma possiamo unicamente conoscere la sua perfezione che le creature ci dimostrano nello stato di moltitudine e  divisione, mentre in Dio esse costituiscono un’unità assolutamente semplice. Dio – in quanto essere perfettissimo – è lo spirito più puro e più semplice, che non racchiude in sé nessun elemento costitutivo.

(…) Non c’è modo di approfondire tutte le perfezioni che riguardano l’Essenza di Dio: esse sono molteplici e difficili da conoscere. (…) Tra tutte queste perfezioni, il Signore Gesù ne sottolinea una, per la quale, come da una fonte, scaturisce tutto quello che ci succede sulla terra e nella quale Iddio vuole essere glorificato per tutta l’eternità: é la Misericordia Divina. “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”
(Lc 6,36).

La Misericordia di Dio è la perfezione del Suo agire che si china verso gli esseri inferiori per portarli fuori dalla miseria e per completare le loro mancanze – è Sua volontà operare il bene verso tutti coloro che soffrono di qualche difetto e da soli non sono in grado di rimediarvi. Un atto singolare di misericordia è la compassione mentre lo stato continuo di compassione è la misericordia.
La relazione di Dio nei confronti delle creature si rivela nell’eliminazione dei loro difetti e nell’elargire perfezioni più o meno grandi. Il fatto di accordare perfezioni, meditato in se stesso, indipendentemente da qualsiasi circostanza, è opera di bontà Divina, che elargisce i doni ad ognuno secondo la propria predilezione.

Pur vedendo in Dio un disinteresse assoluto nell’elargire le grazie, possiamo attribuire questo alla generosità Divina. Il fatto che Dio veglia su di noi affinché, con l’ausilio delle grazie ricevute, possiamo raggiungere la mèta che ci è stata prefissata – lo chiamiamo provvidenza. Accordare  le perfezioni secondo un piano e ordine fissato in anticipo, èopera di giustizia. Infine, accordare le perfezioni alle creature per farle uscire dalla loro miseria e per eliminare i loro difetti – è opera di Misericordia.

Non è proprio di ogni essere che una mancanza costituisca una miseria, perché ad ogni creatura spetta unicamente quello che Iddio aveva prima previsto e deciso per essa. Per esempio, per una pecora non è una disgrazia non avere ragione, e nello stesso modo la mancanza di ali non è una miseria per l’uomo. Al contrario la mancanza di ragione per un uomo o la mancanza di ali per un uccello, sarà una disgrazia e una miseria. Qualsiasi cosa Iddio faccia per le creature, lo fa secondo un piano dovuto, previsto e stabilito che costituisce la giustizia Divina. Ma siccome quest’ordine è stato stabilito del tutto liberamente e siccome nessuno l’ha imposto a Dio, nella scelta di un tale ordine e non di un altro, bisogna vedere anche un’opera di Misericordia.

Per questo, penetrando le cause prime ed i motivi dell’opera Divina, vediamo
la Misericordia come fonte di ogni azione esteriore. Perché se qualcosa è dovuto alla creatura, è soltanto in virtù di un disegno precedente. Siccome non è possibile risalire in questo modo all’infinito, occorre soffermarsi su quello che dipende unicamente dalla volontà di Dio, quindi, dalla Divina Misericordia. In ogni opera di Dio, a seconda del nostro modo di vederla, è possibile vedere le perfezioni Divine appena menzionate.

Per esempio, Mosé che è stato salvato, messo in una cesta sulle acque del fiume Nilo, in generale, indipendentemente da qualsiasi circostanza, lo chiameremo bontà di Dio. Nella misura in cui facciamo notare il disinteresse di Dio che non aveva alcun bisogno di salvare il bambino e che il bambino non l’aveva meritato, sarà un’opera di generosità  Divina. Il fatto che Mosé sia stato salvato perché per mezzo di lui Dio aveva deciso di condurre gli Israeliti fuori dall’Egitto, sarà giustizia Divina. Il fatto di vegliare sul bambino abbandonato nel fiume ed esposto a diversi pericoli, sarà attribuito alla Divina Provvidenza. Infine, il fatto di aver sollevato il bambino dalla miseria e abbandono e da numerose mancanze come anche il dono di perfezione sotto forma di condizioni adeguate di vita, crescita, educazione, istruzione, sarà opera della Divina Misericordia.

Siccome in ogni momento citato in quest’esempio ci colpiscono la miseria del bambino e le diverse mancanze, possiamo dire che la bontà Divina è Misericordia che crea e dona; la generosità Divina è  Misericordia che colma di doni in abbondanza senza alcun merito da parte nostra; la Provvidenza Divina è Misericordia che veglia; la Giustizia Divina è Misericordia che premia al di sopra dei meriti e punisce al di sotto delle colpe commesse; infine l’Amore Divino è Misericordia che ha pietà della miseria umana e ci attira a Sé. In altre parole, la Misericordia Divina è il movente principale dell’azione Divina all’esterno e quindi si trova alla fonte di ogni opera del Creatore.

 In ogni libro della Sacra Scrittura, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, la Misericordia Divina è menzionata parecchie volte: il Libro dei Salmi ne parla di più degli altri e nel modo più eloquente. Tra i centocinquanta Salmi ce ne sono ben cinquantacinque che lodano in modo specifico proprio questa perfezione di Dio, e nel salmo 135 dopo ogni versetto torna come ritornello: “Perché eterna è la sua misericordia”.

In tutta la Sacra Scrittura si trovano più di quattrocento passi che lodano direttamente
la Divina Misericordia, nel libro dei Salmi centotrenta, e altri brani molto più numerosi lodano la Divina Misericordia indirettamente. Il Salmista, parlando della Misericordia Divina non si accontenta di una sola parola “misericordioso” ma offre tutta una serie di sinonimi, come se volesse rinforzare la nostra convinzione sull’incommensurabile Misericordia Divina.

Chi non rimarrebbe meravigliato dall’abbondanza di espressioni delle Scritture che parlano della Misericordia Divina! Chi non chiederebbe perché l’Autore ispirato agisce
in questo modo? Vediamo in questo fatto la volontà di Dio che desidera donare la sua Misericordia agli uomini e risvegliare in loro la fiducia. Dio vuole istruirci sulla Sua vita interiore, sulla sua relazione verso le creature e particolarmente verso gli uomini. Dio vuole essere da noi adorato nella sua Misericordia per imitarlo nelle nostre azioni.” (Volume I, pag. 5 – 16).

ATTO DI AFFIDAMENTO

delle sorti del mondo alla Divina Misericordi 

Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore
nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi
nello Spirito Santo Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini
del mondo e di ogni uomo.
ChìnaTi su di noi peccatori,
risana la nostra debolezza,
sconfiggi ogni male,
fa che tutti gli abitanti della terra
sperimentino la tua misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino,
trovino sempre la fonte della speranza.
Eterno Padre,
per la dolorosa Passione
e la Risurrezione del tuo Figlio,
abbi misericordia di noi
e del mondo intero! Amen.

(Papa Giovanni Paolo II)

“Amo la Polonia in modo particolare e, se ubbidirà al Mio volere, l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venuta”
(Diario, 1732).


 


 
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Pubblicato da su 15 aprile 2012 in Uncategorized

 

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Incontrare pietosi “cirenei”

 
Fortunate quelle persone che, lungo il loro doloroso cammino, incontrano pietosi “cirenei”, operatori di consolazione, come l’angelo del Getsemani o le pie donne lungo il quotidiano calvario. Fortunate le persone che, dopo aver sperimentato con Cristo le sofferenze della passione o che, spinte dalla loro passione per l’uomo, sentono la forza interiore di diventare consolatrici, operatrici di beati…tudine. Sono tanti coloro, anche ai nostri giorni, che sanno impegnarsi nell’immenso campo dell’apostolato verso i sofferenti, compiendo un’opera di misericordia tra le più meritorie. Quanti, con amore e fedele dedizione, eseguono questa opera di misericordia spirituale nell’ambito della propria famiglia, per sostenere nella prova familiari in vari modi colpiti dalla sofferenza che, in tal modo, sono aiutati a trovare l’energia interiore necessaria per non avvilirsi e per sperare sempre nel Signore!
 
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Pubblicato da su 14 aprile 2012 in Uncategorized

 

PERDONO… E SAPER PERDONARE!!

 

saper perdonare gli altri..

Etimologicamente, perdono significa “dono per eccellenza”, quasi un super-dono. Già questa spiegazione ci fa capire che il perdono non è una piccola cosa…  Il nome deriva da una parola greca che nella Bibbia, in particolare nel Nuovo Testamento, è usata 142 volte di cui 47 solo in Matteo 34, in Marco e Luca e 14 in Giovanni. In tutte le altre Scritture del N.T. il termine è usato solo 13 volte. La parola greca che vi corrisponde è il verbo aphìemi che vuol dire: lasciar andare, rinunciare, ma anche condonare. La voce connessa, àphesis è un sostantivo che può indicare: liberazione dei prigionieri e degli schiavi. E questa è davvero una cosa importante!  Nella maggioranza dei casi il N.T. usa questo termine nel suo significato originario di lasciare, lasciar andare, mettere in libertà, mandare via , abbandonare, lasciare dietro a sé  rinunciare. Questo dà esattamente l’idea di ciò che avviene nell’animo di chi non riesce a perdonare. Infatti, il risentimento nella persona offesa continua a creare un profondo stato di disagio, che è il risultato del conflitto tra la coscienza, che vorrebbe essere liberata da questo peso, ed il senso dell’amor proprio che impedisce di compiere il primo passo verso la riconciliazione.  Qual è “quell’ingrediente” che mi permette dì perdonare? Innanzitutto il perdono di Dio!  Questo perdono bisogna prima di tutto riceverlo dal Signore. “Il perdono umano avviene come conseguenza del perdono di Dio”. Se il perdono di Dio “non è solo il condono del debito, ma è liberazione dal potere del peccato e riassunzione nella comunione con Dio”, anche il nostro perdono tenderà ad essere simile al suo! Se non abbiamo mai gustato l’amore ed il perdono di Dio sarà molto più difficile darlo. In I Giovanni 1:7-9 si legge che non dobbiamo camminare nel buio dell’ignoranza, né peccare. Se crediamo in Gesù, il Suo sangue ci purifica da ogni peccato. Nessuno può dire di non averne bisogno, altrimenti inganna sé stesso perché tutti gli uomini peccano. Similmente è bugiardo chi dice di avere comunione con Dio e continua a vivere nel peccato. Solamente se confessiamo i nostri peccati, e li abbandoniamo, otteniamo il perdono e la purificazione che ristabiliscono la nostra relazione con Dio. È importante perciò nascere di nuovo, ma è altresì necessario vivere, dopo la conversione, una comunione quotidiana col Signore. Vivere vicino a Gesù giorno per giorno renderà tutto molto più facile, anche riuscire a perdonare.

Saper perdonare:  

 1. Noi stessi… quando gli altri non ci perdonano;  2. Noi stessi… quando è difficile perdonarsi;   3. Gli altri a) Vivendo in pace con tutti per quanto dipende da noi; 4. Perdonando anche i nostri nemici (Matteo 5:44).   5. La nostra famiglia. • Nella vita di coppia: parlarsi e aiutarsi;  • Perdonare i figli; • Perdonare i genitori • Perdonare i fratelli;  Perdonare i fratelli in Cristo;  “Perdonare Dio”. Quante volte ci teniamo dentro del rancore anche verso il Signore. Da questa veloce carrellata scritturistica, possiamo ricavare qualcosa di sconcertante:

1) Quando chiedo il perdono di Dio, gli chiedo e ricevo, Dio stesso! Gli chiedo e ricevo di rinascere, di vivere con Lui e come Lui.

2) Quando chiedo il perdono d’un fratello, chiedo a Dio che lo penetri e lo rafforzi perché mi sappia perdonare; e che anche Lui mi perdoni e mi accolga!

3) Quando io perdono a un fratello, ricevo sempre Dio, perché è Lui che “suscita in me il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (cfr.Fil 2,13): è Lui, quindi, che mi dà il suo desiderio di perdonare, e mentre ricevo il Signore, offro il Signore al fratello, perché in me agisce quel Cristo che ha voluto perdonare il buon Ladrone e chiamarlo a Sé. Quindi, ogni perdono, e ogni richiesta di perdono, richiama Dio. Altro che pensare al perdono come un’esperienza di debolezza o di pigrizia, un qualcosa di rinunciatario! È l’azione più forte che ci sia, con il risultato più grande che possiamo ricevere e dare.

I risultati che si riceve è:  Serenità ritrovata, pace, gioia, perdono ricevuto perché dato.

 

 “E se dopo aver perdonato, l’altra parte approfitta del mio perdono convincendosi di poter continuare a fare quel che vuole senza conseguenze?”Cosa fare allora? Dobbiamo essere semplici ma prudenti, rimetterci nelle braccia del Signore. “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Il Signore ci aiuterà. Quanto a noi dobbiamo essere sereni mentre aspettiamo il Signore. Se saremo maledetti, noi benediremo, se riceveremo oltraggi, noi non lo faremo ma ci rimetteremo con serenità nelle mani di Colui che giudica giustamente (cfr.I Pietro 2:22,23).  — Fin da piccoli ci hanno sempre detto che bisogna perdonare. Poi ci siamo convertiti e abbiamo gustato la gioia del perdono. Ma dobbiamo ammetterlo, pur avendolo ricevuto, tante volte è difficile darlo. È difficile, ma non impossibile. Col Suo aiuto certamente ce la possiamo fare. Ed alla stessa maniera del perdono “ricevuto”, anche il perdono “dato”, ci guarirà!  “Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità”(Salmo 103:3).

 

 

MEDITAZIONE QUOTIDIANA

 1.     Se chiedo perdono, Dio mi restaurerà?

    “Se ti penti io ti restaurerò affinché tu possa servirmi” (cf. Gv 15,19) –

2.     Posso contare sul perdono di Dio?

      “Se confessiamo i nostri peccati Egli è fedele e perdonerà i nostri peccati e ci purificherà da ogni errore”   (cf.     1 Gc 1,9).

3.     Perché Dio mi perdona?

    “Io sono il Dio che perdona i vostri peccati, e lo faccio perché sono quello che sono” (cf. Is 43,25).

4.     Dio terrà presenti i miei peccati passati contro di me?

   “Io perdonerò la loro iniquità e non Mi ricorderò più dei loro peccati” (Geremia 31,34).

5.     In che modo dovrei perdonare gli altri?

“Indossate allora, quali prediletti di Dio, santi e amati, sentimenti di compassione, gentilezza, mitezza e pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e, se qualcuno ha da lamentarsi di un altro, perdonatevi a vicenda; come il Signore ha perdonato voi, così anche voi dovete perdonare. E sopra tutto, mettete l’amore, perché soltanto l’amore tiene perfettamente uniti in perfetta armonia” (cf. Colossesi 3,12-14).

6.     Se mi resta tanto difficile perdonare, potrò trovare aiuto?

“Gesù”può fare molto più di quanto possiamo chiedere, e persino pensare, mediante la potenza che agisce in noi” (cf. Efesini 3,20).

7.     Temo di cadere di nuovo.

“Nessuna tentazione ti ha vinto che non sia comune agli uomini. Dio è fedele e non permetterà che tu sia tentato oltre le tue forze, ma con la tentazione ti darà anche una via d’uscita affinché tu sia in grado di sopportarla” (cf. 1 Corinzi 10,13).

 

PREGHIERA

Signore Gesù, Ti ringrazio perché sei “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

Manda ogni giorno il Tuo Spirito per convincermi del peccato nella mia vita

 e dammi ogni giorno la grazia del pentimento gioioso.

 Aiutami, Signore, a perdonare gli altri come Tu perdoni me.

 
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Pubblicato da su 12 aprile 2012 in Uncategorized

 

IL PENTIMENTO VERO ( PIANGO PER I MIEI PECCATI )

 

Il pentimento, secondo il Vangelo, consiste in una trasformazione profonda del nostro modo di vedere noi stessi, la realtà, ed il mondo. Si tratta di passare dalla visione carnale delle cose ad una spirituale. Per questo occorre, attraverso la preghiera, acquisire lo sguardo di Dio e divenire capaci di vedere come Dio vede. Solo il Suo sguardo può stanare il male che è in noi, nelle cose, nelle vicende della vita e che noi non riusciamo a vedere, perché siamo esseri carnali. Il pentimento mira a fare a pezzi il mondo tenuto ben assemblato nell’io più profondo, là dove spesso abbiamo paura di entrare per non correre “il rischio” di imbatterci nella verità  del nostro essere. Esso è il luogo della separazione, è la nostra terra di peccato che deve diventare il terreno sul quale Dio Incarnato continuamente discende per caricarsi la pecorella smarrita sulle Sue spalle. Spesso, tuttavia, amiamo fuggire da un sano esercizio di introspezione che ci aiuterebbe a conoscere la verità su di noi stessi: ne abbiamo paura! Ma se ci lasciamo penetrare dallo sguardo di Dio, allora la paura è vinta dal desiderio di riacquistare la libertà e dalla gioia di vivere e di uscire finalmente dal tunnel di tutte le nostre notti esistenziali.  Il pentimento nasce dalla conoscenza di sé e del peccato che alberga dentro il nostro cuore. L’impenetrabilità del nostro mondo interiore viene attraversata dallo sguardo amoroso di Dio, che ci aiuta a tirare fuori ciò che negativamente siamo, per essere rinnovati nell’uomo interiore, come afferma san Paolo. Perché possa prendere corpo in noi, il pentimento, ha bisogno di essere reso cosciente. Da qui nasce la compunzione. Essa è il cuore di pietra che si sbriciola con il sopraggiungere della tenerezza divina. Quando sgorgano lacrime dal cuore, esse non sono mai di tristezza ma di anelito, di desiderio e di nostalgia. Le lacrime, nate da  una profonda compunzione, sono il frutto più prelibato del desiderio di Lui e della sua Bellezza.  Chi di noi ha mai pianto perché totalmente preso/a dalla forza “violenta” di un desiderio appassionato? Chiediamolo ai grandi mistici che cosa significhi piangere per amore di Lui… Il pianto sgorga perché abbiamo compreso ciò che con il peccato abbiamo perduto! Da questo punto di vista occorre andare a rileggere il brano della peccatrice perdonata perché ha molto amato di cui ci parla il vangelo di Luca (7, 36-50). Sant’Agostino piangendo gridava: “Troppo tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova…”! La compunzione, come il dono delle lacrime, è la nostalgia della Patria, la memoria del Paradiso intravisto nel balenio dei Suoi occhi che guardandoci ci hanno attirato a Lui. Tanto più amara è stata l’esperienza del peccato, tanto più preziosa ora è la percezione di un tempo perduto ma finalmente ritrovato: il tempo dell’Amore, come grida la Sposa del Cantico dei Cantici. Le lacrime ci immettono nel mistero dei momenti più tragici della vita di Gesù, perché proprio lì si manifestata la potenza dell’Amore. Ci immettono nell’agonia di Cristo al Getsemani e poi nel mistero della Croce, poiché la sorgente delle lacrime scaturisce dal Cuore trafitto di Cristo. Nelle lacrime risuona il gemito dello Spirito che ci fa anelare all’unione sponsale con Cristo, come le lacrime della prostituta nella casa di Simone il fariseo. Lacrime che mettono il cuore in festa ed impregnano gli occhi della sfolgorante luce di Dio. Esse ricordano l’acqua del Battesimo, là dove tutti siamo nati da Dio e ripieni di Spirito Santo. Là dove tutti fummo cristificati.  Attraverso la compunzione ritorniamo alle nostre origini.  Tale presa di coscienza può essere operata attraverso la preghiera e la grazia del Signore Gesù. Così facendo, arriviamo come  nel esempio del colloquio con la Samaritana Gesù stesso, gradatamente, porta alla luce il male oscuro che era nascosto nel fondo del cuore di quella donna (Gv 4,5-30). Solo allora, si prende consapevolezza di un limite e di un fallimento sostanziale, che ha impedito alla nostra vita spirituale di spiccare il volo. Dalla scoperta di questo grande limite, scocca la scintilla del pentimento. Quando il cuore si è pentito e la vita di Cristo ha cominciato a germogliare in noi, inizia il cammino di “salita”. Ascesi significa  “salita” con tutte le difficoltà che essa comporta, ma anche con la bellezza di guardare alla vetta con occhi di desiderio. Si cominciano a rimuovere gli ostacoli, a partire da quelli che sono nel cuore, come luogo più profondo e centrale del nostro intimo. La grazia del pentimento è detestare il peccato e accusarlo. Essa può essere descritta come una lotta ingaggiata contro tutte le forme di morte a cui, prima del pentimento, ci eravamo assuefatti e che si sono introdotte nella nostra esistenza. L’ascesi si oppone alla morte e permette al sole della Resurrezione di irradiare il suo calore e la sua luce, di cicatrizzare le ferite e di guarire.

Preghiera per il dono delle lacrime Giovanni Thekaras (secolo XIII) dai libri liturgici greci

 

Rallegrati, o ricolma della grazia di Dio, ornamento dei sacri pontefici e abbellimento dei monaci santi, felicità dei beati e vanto dei martiri ; rallegrati, bastone che puntella la debolezza dei vecchi e forza di quanti salmodiano : “gloria alla tua potenza, Signore”. Rallegrati, colomba che regge il segno della serenità dopo il moto dell’empietà, e guida alla fede in Dio, o Vergine, misticamente quanti erano trattenuti nelle tenebre dell’ignoranza e ora acclamano con fede : “Gloria alla tua potenza, Signore”. Divina Madre, con la verga del tuo divin potere apri il mio cuore arido, fai sgorgare in abbondanza le onde delle mie lacrime, che puliranno l’arsura del peccato per la gloria di tuo Figlio.  Povera anima, svegliati, e con profondi gemiti grida all’unico nostro Dio : “Salvatore, ho peccato contro di te, ma abbi pietà, salvami per l’intercessione di colei che ti ha verginalmente messo al mondo e, nella tua bontà, mettimi nel novero degli eletti.”

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2012 in Uncategorized

 

Restare con LUI !

 Per diventare amici del Signore Gesù è assolutamente necessario restare con lui. Ora, noi sappiamo bene dove abita. Lui stesso ce lo ha detto.

In modo realissimo, corpo, sangue, anima e divinità, nel santissimo sacramento: allora, perchè non venire spesso, appena possiamo, a trovarlo, e a restare un po’ con lui? a tu per tu?

Nella sua Parola, nel Vangelo, letto, ascoltato, meditato: è durante questa riflessione che lui ci rivela il suo cuore, i suoi sentimenti, le sue preferenze, il modo con cui dobbiamo comportarci…

Nella preghiera comunitaria e liturgica, nei suoi ministri…

Di preferenza poi si è messo nei piccoli, nei deboli, nei poveri, nei malati, nei nullatenenti: ero ammalato, ero affamato, ero nudo, pellegrino, senza tetto… Ecco, stare un po’ con lui: amarlo e servirlo in queste sue abitazioni preferite. Ci tiene tanto che ci giudicherà in modo particolare su questo…

Abita dov’ è la sua volontà. Il dovere quotidiano, inteso come esecuzione della sua volontà, diventa uno stare con lui, un faticare con lui, un servire lui.

E sopra tutto con la sua grazia e il suo amore è presente nel nostro cuore. Cercarlo qui è restare con lui…

L’offerta quotidiana vissuta ti aiuta a vivere in questa comunione con Gesù: e il pensiero del Signore, che abita nel tuo cuore, ti aiuterà ad essere più fedele e generoso nella tua offerta, specialmente nei momenti difficili…

 
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Pubblicato da su 10 aprile 2012 in Uncategorized

 

MATTINO DI PASQUA

Buia la notte nella tomba,
ma i raggi delle sante ferite
penetrano la durezza della pietra,
sollevata leggermente e posta a lato;
dal buio della tomba si erge
il corpo del Figlio dell’Uomo
illuminato di luce, irraggiante splendore,
nuovo corpo risorto del Figlio dell’Uomo.

Lento nella caverna Egli esce
nella tacita prima aurora del silente mattino,
lieve nebbia ricopre la terra;
profondamente ora sarà attraversato da luce
di bianco bagliore
e il Salvatore oltrepassa il silenzio
della terra nuovamente ridestata dal sonno.
Sotto i passi dei santi suoi piedi
fioriscono, mai visti, fiori di luce
e dove, lievemente, le sue vesti
sfiorano il suolo,
scintilla il terreno, brillio di smeraldo.
Dalle sue mani fluisce la benedizione
sui campi, sui prati in turgidi, chiari profluvi,
nella rugiada mattutina della pienezza
della grazia
irraggia, giubilando, la natura del Risorto,
quando Egli silente procede a fianco
degli uomini.

Edith Stein

 
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Pubblicato da su 8 aprile 2012 in Uncategorized

 

Una antica omelia sul Sabato Santo

Nell’Ufficio delle Letture (cioè una parte della liturgia delle ore, il “breviario”) di oggi viene proposta come seconda lettura per la meditazione una antica omelia(probabilmente del III secolo) sul Sabato Santo. In questa omelia l’autore (anonimo) immagina un dialogo tra Gesù, entrato nel regno dei morti, ed Adamo.

Può essere una bella ed efficace lettura spirituale per tutti i fedeli che oggi, Sabato Santo, meditano sul “grande silenzio” del sepolcro. “Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi”, ma il cristiano sa già che questo silenzio è un silenzio di attesa, poichè preannuncia la risurrezione e l’esplosione di vita.

Da un’antica «Omelia sul Sabato santo».
(Pg 43, 439. 451. 462-463)

La discesa agli inferi del Signore

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

 
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Pubblicato da su 7 aprile 2012 in Uncategorized

 

Le sette parole del Venerdì Santo..

 

VENERDI SANTO

Le sette parole

Preghiera di preparazione

Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore, io m’inginocchio davanti alla tua croce benedetta. Voglio aprire il mio spirito e il mio cuore alla meditazione della tua santa Passione. Voglio piantare la tua croce di fronte alla mia povera anima, perché capisca meglio e mi prenda a cuore quel che tu hai fatto e patito e per chi l’hai patito. Mi assista la tua grazia, cosi che io possa scuotere l’ottusità e la indifferenza del mio cuore, dimentichi, almeno per mezz’ora, la mediocrità delle mie giornate, affinché il mio amore, il mio pentimento, la mia gratitudine rimangano presso di te. O Re dei cuori, il tuo amore crocifisso ab. bracci il mio cuore povero, debole, stanco ed afflitto: che questo si senta interiormente attratto verso di te. Suscita in me quanto mi manta: compassione ed amore per te, fedeltà ed impegno, così da perseverare nella contemplazione della tua santa Passione e morte. Intendo meditare le tue ultime sette parole sulla croce, le tue ultime parole, prima che tu, Parola di Dio che risuoni di eternità in eternità, su questa terra tacessi nel silenzio della morte. Tu le hai pronunciate con le tue labbra assetate, traendole dal tuo cuore rigonfio di dolore, queste supreme parole .del cuore. Tu le hai rivolte a tutti. Le hai dette anche per me. Falle penetrare nel mio cuore. Nel più profondo, nel più intimo del cuore. Che le comprenda. Che non le dimentichi mai più, ma vivano e prendano forza nel mio cuore senza vita. Pronunciale allora tu stesso per me, così che io percepisca il suono della tua voce. Verrà un giorno in cui tu mi parlerai, nell’ora della mia morte e’ dopo la mia morte, e queste parole significheranno un inizio eterno oppure una fine senza fine. Signore, fa’, che alla mia morte io possa udire le parole della tua misericordia e del tuo amore; fa’ che io non manchi di ascoltarle. Concedimi dunque, adesso, di accogliere con cuore docile le tue ultime parole sulla croce. Amen.

prima parola

Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno

(Luca 23,34)

Tu pendi dalla croce. Ti ci hanno inchiodato. Non puoi più staccarti da questo palo ritto tra terra e cielo. Le ferite bruciano nel tuo corpo. La corona di spine tormenta il tuo capo. I tuoi occhi sono iniettati di sangue. Le tue mani e i tuoi piedi feriti san come trapassati da un ferro rovente. E la tua anima è un mare di dolore, di desolazione, di disperazione. I responsabili di tutto questo san qui, ai piedi della tua croce. Neppure si allontanano, per lasciarti almeno morire solo. Anzi, rimangono, ridono; convinti di aver ragione. Lo stato in cui ti trovi ne è la dimostrazione più evidente: la prova che quanto hanno fatto non è che l’adempimento della più santa giustizia, un omaggio dato a Dio, di cui dovrebbero andare orgogliosi. Per questo ridono, insultano, bestemmiano. Intanto su di te si abbatte, più spaventosa di tutti i dolori del corpo, la disperazione verso una tale malvagità. Ci sono davvero degli uomini capaci di tali bassezze? C’è ancora, tra te e loro, un pur minimo punto in comune? Può un uomo torturarne un altro, cosi, fino alla morte? straziarlo fino ad ucciderlo, col potere che deriva dalla menzogna, dall’abiezione, dal tradimento; dall’ipocrisia, dalla perfidia, e mantenere ancora le apparenze del diritto; l’aspetto dell’innocente, la posa del giudice imparziale? E Dio permette questo nella sua creazione? E la risata e lo scherno dei nemici possono risuonare, chiari e trionfanti, nel mondo di Dio? O Signore, il nostro cuore si sarebbe già spezzato in una forsennata disperazione. Noi avremmo maledetto i nostri nemici, e Dio con loro. Noi avremmo urlato e cercato di strappare, come pazzi, i chiodi per riuscire a stringere ancora una volta il pugno. Tu invece dici: – Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno. Sei incomprensibile, Gesù. C’è ancora, nella tua anima martoriata e terremotata dal dolore, una zolla sulla quale possa fiorire questa parola? Sei proprio incomprensibile. Tu ami i tuoi nemici e li raccomandi al Padre tuo. Tu preghi per loro. Signore! se non fosse bestemmia direi che tu li discolpi con la più inverosimile delle scuse: «non lo sanno». Sì, invece, che lo sanno: sanno tutto! Ma hanno voluto ignorare tutto. Non c’è cosa che si conosca meglio di quella che si vuole ignorare, nascondendola nel sotterraneo più segreto del cuore. Ma nel tempo stesso la si odia, e perciò le si rifiuta l’accesso alla chiara coscienza. E tu dici che essi non conoscono quello che fanno. Una cosa soltanto certamente non conoscono: il tuo amore per loro, perché quello lo può conoscere solo chi ti ama. Solo l’amore, infatti, permette di comprendere il dono d’amore.

 

Pronuncia anche sui miei peccati, nel tuo incomprensibile amore, la parola del perdono. Di’ anche per me al Padre: – Perdonalo, perché egli non sa quello che ha fatto. Invece lo sapevo. Tutto sapevo. Ma non sapevo ancora il tuo amore. Fammi pensare ancora alla tua prima parola sulla croce quando, recitando distrattamente il Padre Nostro, ritengo di perdonare ai miei debitori. O mio Dio inchiodato alla croce dell’amore: io non so se qualcuno mi è realmente debitore, così che io gli possa perdonare. Ma, anche in questo caso, mi è necessaria la tua forza onde perdonare, perdonare di cuore, a quelli che il mio orgoglio e il mio egoismo considerano come nemici.

seconda parola

In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso

(Luca 23,43)

Tu sei in agonia, e tuttavia nel tuo cuore traboccante di dolore c’è ancora posto per la sofferenza altrui. Stai per morire, e ti preoccupi di un criminale il quale, pure nei tormenti, deve riconoscere che il suo martirio infernale non è una pena immeritata nei confronti della sua vita malvagia. Vedi tua Madre, e ti rivolgi anzitutto al figlio prodigo. L’abbandono di Dio ti stringe la gola, e tu parli di Paradiso. I tuoi occhi si ottenebrano nella notte di morte, e ravvisano ancora l’eterna luce. Morendo ci si preoccupa solo. di se stessi, poiché gli altri ci lasciano soli e abbandonati, e tu invece ti dai pensiero delle anime che devono entrare con te nel tuo Regno. Cuore d’infinita misericordia! Cuore forte ed eroico! Un miserabile delinquente ti prega di un ricordo, e tu gli prometti il Paradiso. Tutto si rinnoverà quando tu sarai morto? Una vita di peccati e di vizi può trasformarsi così rapidamente, solo che tu te ne avvicini? Se tu pronunci sopra una esistenza le parole della assoluzione, vengono graziati e trasformati persino i peccati e le bassezze ripugnanti di una vita criminale, a tal punto che nulla più ne impedisce l’ingresso nella santità di Dio. Ecco, noi avremmo ammesso, volendo spingere le cose fino all’estremo, un briciolo di buona volontà anche in un bruto e malfattore di tal sorte. Ma le abitudini perverse, gli istinti viziosi, la brutalità e il fango, la bassezza… tutto ciò non scompare con un briciolo di buona volontà e con un fugace pentimento sul patibolo! Uno di tal fatta non può andare in Paradiso così in fretta come i penitenti e le anime lungamente purificate, o come i santi, i quali non fecero altro che affinare il corpo e l’anima e renderli degni del Dio tre volte santo! Tu invece pronunci la parola onnipotente della tua grazia, ed essa penetra nel cuore del ladrone, trasformando i fuochi d’inferno della sua agonia nella fiamma purificatrice del divino amore. Tutto ciò che rimaneva ancora in lui come opera del Padre tuo, questa fiamma lo illumina in un istante; e tutto ciò che, per colpa della creatura ribelle era sbarrato a Dio, viene distrutto dall’amore. Così il ladrone entra con te nel Paradiso di tuo Padre. Darai anche a me la grazia di non perdere mai il coraggio di esigere tutto, temerariamente, dalla tua bontà e di tutto aspettarmi? Il coraggio di dire, fossi anche il più rinnegato dei criminali: – Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo Regno? Signore, fa’ che la tua croce s’innalzi davanti al mio letto di morte. Che la tua bocca ripeta anche a me: – In verità, ti dico, oggi stesso tu sarai con me in Paradiso. Questa tua parola mi renda degno di entrare nel Regno del Padre tuo, completamente assolto e santificato dalla potenza purificante della morte subita con te e in te.

 

terza parola

Donna, ecco tuo figlio Figlio, ecco tua madre

(Giovanni 19,26)

Coll’approssimarsi della morte ecco venuta l’ora in cui tua Madre doveva esserti nuovamente vicina. In quell’ora, in cui non ti si chiedevano più dei miracoli, ma bisognava morire, doveva esserti accanto colei alla quale dicesti: – Donna, che c’è tra me e te? La mia ora non è ancora venuta {Giov. 2, 4).Eccola quell’ora che lega il Figlio e la Madre. E quest’ora è l’ora del distacco, l’ora della morte. L’ora che strappa alla madre, già vedova, l’unico suo figlio. Il tuo sguardo contempla ancora una volta la Madre. Tu non hai risparmiato nulla a questa Madre! Tu non fosti soltanto la gioia della sua vita: tu ne fosti anche l’amarezza e la pena. Ambedue questi aspetti provenivano dalla tua grazia, perché ambedue provenivano dal tuo amore. E se tu ami tua Madre, è perché ti ha assistito e servito sia nella gioia che nel dolore; solo così essa è diventata completamente la Madre tua. Tuoi fratelli e sorelle e madre sono infatti quanti compiono la volontà del Padre tuo che sta nei cieli. Nonostante il tuo tormento, il tuo amore è ancora vibrante di quella tenerezza che, sulla terra, unisce tra loro un figlio e sua madre. Così la tua morte consacra e santifica queste dolci e preziose realtà terrene che inteneriscono i cuori e rendono bella la terra. Queste cose non muoiono, no, nel tuo cuore, nemmeno quand’è schiacciato dalla morte, e così tu le salvi per il cielo. E poiché tu, anche morendo, hai amato la terra; poiché, nella suprema agonia per la nostra eterna salvezza, ti sei commosso per il pianto di una mamma; poiché tu, già nel trapasso, ti sei preoccupato della sorte di una vedova in questo mondo e hai donato ad un figlio una madre e ad una madre un figlio, per questo un giorno vi sarà una nuova terra. Ma Essa stava sotto la croce non appena con il solitario dolore di una madre a cui si ammazza un figlio. Essa stava là a nome nostro, come Madre di tutti i viventi. Offriva suo Figlio per noi. A nome nostro, essa ripeteva il suo «Fiat» alla morte del Signore. Essa era la Chiesa sotto la croce, era la discendenza dei .figli di Eva, era una lottatrice nel combattimento cosmico tra il serpente e il Figlio della Donna. E donando questa Madre al discepolo dell’amore tu l’hai donata a ciascuno di noi. Figlio, figlia – tu dici anche a me – ecco tua Madre. Parola che ci affida un lascito eterno! Ai piedi della tua croce, o Gesù, sta come discepolo prediletto solo chi. da quell’ora, accoglie con sé la Madre tua. Le sue pure mani materne distribuiscono tutte le grazie meritate dalla tua morte. Concedici la grazia di amare e venerare tua Madre. Dille ancora, quando tu mi vedi, ‘POvero come sono: – Donna, ecco tuo figlio; Madre,ecco tua figlia. Un cuore puro e verginale doveva dare il suo consenso, a nome del mondo, alle nozze dell’Agnello con la Chiesa, la sua sposa, con l’umanità riscattata e purificata dal tuo sangue. Se io mi lascio affidare da te a questo cuore materno, la tua morte non sarà stata inutile per me: io sarò presente, quando giungerà il giorno delle tue nozze eterne, in cui tutta la creazione, trasfigurata per sempre, ti sarà. unita in eterno.

 

quarta parola

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

(Matteo 27,46)

La morte ti si avvicina. Non è però la fine dell’esistenza corporale, la liberazione e la pace, ma la morte che rappresenta il fondo dell’abisso, la inimmaginabile profondità dell’angoscia e della devastazione. Ti si avvicina la morte, che è spogliamento, raccapricciante impotenza, desolazione schiacciante, in cui tutto cede, tutto fugge, in cui non esiste altro che un abbandono lancinante e indicibilmente morto. E in questa. notte dello spirito e dei sensi, in questo vuoto del cuore In cui tutto viene bruciato, la tua anima persiste nella preghiera; questa spaventosa solitudine di un cuore consumato dal dolore diventa in te una straordinaria invocazione a Dio. O preghiera del dolore, preghiera dell’abbandono, preghiera della impotenza abissale, preghiera di un Dio derelitto, sii tu stessa adorata. Se tu, Gesù, preghi in tal modo e preghi in tale angoscia, dov’è mai un altro abisso dal quale non si possa ancora gridare al Padre tuo? C’è una disperazione che, cercando rifugio nel tuo abbandono, non possa trasformarsi in preghiera? C’è un mutismo nel dolore, capace d’ignorare che un tal grido silenzioso viene ancora udito nei tripudi celesti? Per esprimere la tua angoscia, per fare del tuo sconfinato abbandono una preghiera, tu cominciasti a recitare il Salmo 21. Le tue parole: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» sono il primo versetto di questa antichissima lamentazione che il tuo Santo Spirito pose un tempo nel cuore e sulle labbra del giusto dell’ Antica Legge, come un grido straziante. Cosi anche tu, se posso osare di esprimermi, non hai voluto, nel parossismo della tua sofferenza, pregare diversamente da come hanno pregato, prima di te, innumerevoli generazioni. In certo modo, in quella Messa solenne che tu stesso celebrasti come sacrificio eterno, hai pregato con del1e formule già improntate dall’uso liturgico, e con queste formule hai potuto dir tutto. Insegnami a pregare con le parole della tua Chiesa, cosi che esse diventino le parole del mio cuore.

 

quinta parola

Ho sete!

(Giovanni 19,28)

L’evangelista Giovanni, che l’ha udita, inquadra così questa tua parola: poiché tu sapevi che tutto ormai era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura, esclamasti: – Ho sete! Anche qui hai confermato una espressione della Scrittura, tolta dai Salmi, che lo Spirito di Dio aveva profetizzato in vista della tua Passione. Nel Salmo 21, infatti, si dice di te: «inaridito come un coccio è il mio vigore – e la mia lingua mi si è attaccata al palato». E nel Salmo 69, versetto 22, sta scritto di te: «nella mia sete mi hanno abbeverato di aceto». O Servitore del Padre, obbediente fino alla morte, alla morte di croce, tu guardi oltre ciò che ti tocca, a ciò che ti deve toccare; oltre ciò che compi, a quel che devi compiere; oltre i fatti, al dovere. Pure nell’agonia, in cui si oscura lo spirito e la chiara coscienza è sottratta, tu sei ansiosamente intento a far coincidere tutti i dettagli della tua vita con l’immagine eterna, presente alla mente del. Padre quand’Egli ti pensava. Così tu non ti riferivi alla sete indicibile del tuo corpo dissanguato, coperto di brucianti ferite, nudo ed esposto al sole implacabile d’un mezzogiorno d’Oriente. Tu che ami la volontà del Padre fino alla morte, constati invece, con una umiltà quasi inconcepibile e degna di adorazione: Sì, anche quanto i profeti avevano predetto come volontà del Padre su di me, è compiuto; infatti, davvero, io ho sete. O cuore regale, cui il tormento che consuma il tuo corpo con rabbia insensata, altro non è che l’adempimento di un mandato dall’alto! Ma a questo modo tu hai compreso tutta l’asprezza crudele della tua Passione: era missione da compiere, non cieco destino; era volontà del Padre, non malvagità degli uomini; redenzione nell’amore, non crimine dei peccatori. Tu soccombi perché noi siamo salvati, muori perché noi viviamo, hai sete perché noi ci ristoriamo alle acque della vita, tu bruci in questa sete perché dal tuo cuore trafitto scaturisca la fonte dell’acqua viva. A questa stessa fonte ci hai invitato quando, alla festa dei Tabernacoli, gridasti a gran voce: – Chi ha sete, venga a me, e beva chi crede in me; poiché fonti dell’acqua viva dello Spirito sgorgheranno dal cuore del Messia (Giov. 7, 37s). Tu hai sofferto la sete per me, hai sete del mio amore e della mia salvezza: come il cervo assetato anela alle sorgenti d’acqua, così la mia anima ha sete di te.

 

sesta parola

È compiuto

(Giovanni 19,30)

Tu dicesti proprio: – È compiuto. Sì, Signore, è la fine. La fine della tua vita, la fine del tuo onore, delle tue speranze umane, della tua lotta e delle tue fatiche. Tutto è passato e finito. Tutto s’è fatto vuoto e la tua vita va dileguandosi. Disperazione e impotenza… Ma questa fine è il . tuo compimento, perché finire nella fedeltà e nell’amore è una apoteosi. La tua disfatta è la tua vittoria. O Signore, quando finalmente capirò questa legge della tua, ma anche della mia vita? La legge per cui la morte è vita, il rinnegamento di sé conquista di sé, la povertà ricchezza, il dolore grazia e la fine un autentico completamento? Sì, tu hai tutto compiuto. Compiuta è la missione che il Padre ti aveva affidata. Il calice che non doveva passare è stato bevuto. La morte, quella spaventosa morte, è stata subìta. La salvezza del mondo è ottenuta, la morte sconfitta, il peccato schiacciato, il dominio degli spiriti delle tenebre reso impotente, la porta della vita spalancata, la libertà dei figli di Dio conquistata. Ora può soffiare l’impetuoso turbine della grazia! Già il mondo buio comincia, lentamente come in un’alba, ad arrossarsi alla vampa del tuo amore. Ancora un po’ di tempo – quel po’ di tempo che noi chiamiamo Storia – e poi il mondo s’infiammerà al braciere luminoso della tua divinità, e l’universo intero sarà sommerso nel beato oceano di fiamme che è la tua vita. Tutto è compiuto. Tu che perfezioni l’universo, perfeziona anche me nel tuo spirito, o Verbo del Padre, che tutto hai compiuto nella tua carne e col tuo martirio. Potrò dire anch’io, alla sera della mia vita: È compiuto; ho condotto a termine la missione che mi hai affidato? – Potrò ripetere anch’io, quando le ombre di morte scenderanno su di me, la tua preghiera sacerdotale: – Padre, l’ora è venuta… lo ti ho glorificato sulla terra, attuando l’opera che tu mi avevi assegnato da compiere. Padre, glorificami ora presso di te? (Giov. 17, 1 s.). O Gesù, qualunque sia la missione che il Padre mi ha affidato – grande o piccola, dolce o amara, nella vita o nella morte – concedimi di compierla come te, che hai già tutto compiuto, anche la mia vita, onde permettermi di condurla al fine.

 

settima parola

Padre, nelle tue mani raccomando l’anima mia

(Luca 23,46)

O Gesù, il più abbandonato degli uomini, lacerato dal dolore, tu sei alla fine. Quella fine in cui ad un essere umano viene tolto tutto, persino la libera scelta tra il consenso e il rifiuto: tutto se stesso. Questa, in realtà, è la morte. Ma chi prende, o che cosa prende? Il nulla? Il destino cieco? La natura spietata? No, è il Padre! È Dio, sapienza ed amore insieme. Così tu ti lasci prendere e ti abbandoni in piena confidenza a quelle mani lievi ed invisibili che per noi, increduli, trepidi del nostro lo, rappresentano la stretta alla gola, improvvisa e spietata, del cieco destino e della morte. Tu lo sai: sono le mani del Padre. I tuoi occhi, nei quali si va facendo notte, contemplano ancora il Padre, si fissano nella quieta pupilla del suo amore, e la tua bocca pronuncia l’estrema parola della tua vita: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito. Tutto doni a colui che tutto ti chiede. Deponi tutto, senza garanzia e senza riserve, nelle mani del Padre tuo. Quanto è grande questo dono, pesante ed amaro! Ciò che formava il peso della tua vita, tu hai dovuto portarlo da solo: gli uomini, la loro volgarità, la tua missione, la tua croce, l’insuccesso e la morte. Ma ora hai finito di portare: perché, ora, tu puoi abbandonare tutto, anche te stesso, nelle mani del Padre. Tutto! Queste mani sorreggono così bene, così delicatamente. Come mani di mamma. Esse avvolgono la tua anima, come si racchiude un uccellino nelle mani, con cautela. Adesso più nulla è pesante, tutto è leggero, tutto è luce e grazia, tutto è sicurezza, al riparo nel cuore di Dio, dove ci si può sfogare piangendo ogni affanno e dove il Padre asciuga dalle guance le lacrime del suo bambino, con un bacio. O Gesù, affiderai un giorno la mia povera anima e il mio povero corpo alle mani del Padre? Deponi allora tutto il peso della mia vita e dei miei peccati non sulla bilancia della giustizia, ma tra le braccia del Padre. Dove posso fuggire, dove nascondermi, se non presso di te, fratello nell’marezza, che hai patito per i miei peccati? Ecco, io vengo oggi da te. M’inginocchio sotto la tua croce. Bacio quei piedi che, silenziosi e intrepidi, mi seguono con passo sanguinante lungo le strade tumultuose della mia vita. Abbraccio la tua croce, Signore dell’amore eterno, cuore di tutti i cuori, cuore trafitto, cuore paziente e indicibilmente buono. Abbi pietà di me. Accoglimi nel tuo amore. E quando il mio pellegrinaggio si avvicinerà alla fine, quando il giorno declinerà e le ombre di morte mi avvolgeranno, pronuncia ancora, al momento della mia fine, la tua suprema parola: – Padre, nelle tue mani io ti affido il suo spirito. O buon Gesù! Amen.

Karl Rahner

 

 
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Pubblicato da su 6 aprile 2012 in Uncategorized