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Archivi giornalieri: 5 ottobre 2009

SPUNTI DI RIFLESSIONI PER LA VENTISETTESIMA DOMENICA DELL’ANNO (B)

aaSPUNTI DI RIFLESSIONI PER LA VENTISETTESIMA DOMENICA DELL’ANNO (B)
4 Ottobre 2009

C’è un detto che suona così: “Chi non ti è più amico non lo è mai stato”. Un altro dice: “Il vero amore, pur raro che sia, è sempre meno raro della vera amicizia”.
Ciò che afferma l’Evangelo di oggi (Mc 10,2-16) circa l’unicità e l’indissolubilità del matrimonio non fa riferimento ad una legge voluta dagli uomini (per questo viene ricordata la legge mosaica), ma all’essenza del matrimonio, a ciò che è oggettivamente la relazione tra un uomo e una donna, cioè la cellula di una comunità entro la quale l’embrione si sviluppa, viene alla luce, incomincia vivere, si umanizza.
L’uomo, creato a immagine e a somiglianza con Dio, necessita delle componenti maschile e femminile per umanizzarsi, per divenire uomo o donna capace di amare come Dio ama. Non si tratta di una semplice necessità biologica: è proprio l’unione dell’essere uomo e dell’essere donna, nella condivisione di amore e sentimenti, che fa dei due una cosa sola; è la comunione di questi due esseri, psicologicamente diversi e complementari, che diventa generativa sia dal punto di vista biologico sia da quello spirituale.
Molte cose, nella nostra storia passata e di oggi, sono andate male e vanno male, perché viene a mancare l’intima unione di questi due esseri, uomo e donna, che in Dio sono presenti contemporaneamente.
Ciò che è unico e indissolubile è questa realtà. Ciò che si rompe, ciò che può venire meno, stando ai “detti” che abbiamo ricordato all’inizio, è un matrimonio che in realtà non ha nemmeno incominciato ad esistere.
Un matrimonio ha un futuro, se le due persone in gioco hanno passato la fase dell’innamoramento e la loro relazione è diventata fraterna, gratuita, disinteressata, fondata sul dono. E l’accoglienza del bambino da parte di tutti noi, ricordataci dall’Evangelo, richiama questa gratuità, in quanto egli si trova nella situazione di aver bisogno di aiuto, senza poterlo ricambiare, e ancora non è addestrato a fare “giochi” interessati, da furbetto, come spesso fanno i grandi.
Don Zeno Santini, fondatore di Nomadelfia, ricordava che ogni padre e ogni madre è tale nella misura in cui è capace di amare come i propri figli ogni altro ragazzo o ragazza, cioè anche i figli degli altri.
Anche se non sempre ne siamo consapevoli, la nostra esperienza oggi è tale che ci riconosciamo famiglia all’interno di una cerchia di parenti, cioè di persone con le quali dovremmo stabilire relazioni che escludano qualsiasi logica di mercato. Il parentado dovrebbe essere la prima comunità di famiglie, di fratelli, all’interno della quale viene attuato “lo stato sociale”. Purtroppo siamo ancora troppo pochi a volere questa realtà, a crederla possibile.
Invece molte volte accade che portiamo dentro il contesto famigliare o parentale le logiche del sistema in cui viviamo, gli stessi meccanismi competitivi, le stesse tensioni che si vivono nel contesto sociale. E così accade che, proprio all’interno del nucleo famigliare, dove le relazioni dovrebbero essere caratterizzate da disponibilità e altruismo, si compiano i crimini più efferati.
Le prime cose che la famiglia dovrebbe garantire sono l’educazione dei figli e l’assistenza ad anziani e malati. Quando non riesce a garantirle, la famiglia non esiste e la società è fortemente malata. Occorre dunque umanizzare la famiglia, perché spesso esiste solo dal punto di vista giuridico, cioè allo stato civile. A questo proposito, sarebbe molto importante ritrovarsi tutti insieme quotidianamente a pranzare o a cenare, perché questi sono momenti che rafforzano la famiglia, un processo che richiede suoi propri tempi.
Per umanizzare la famiglia, però, ci vorrebbe anche una politica che se ne preoccupasse, senza ipocrisie, ma finora non è mai stata fatta seriamente. È ben difficile, infatti, garantire la famiglia dalla precarietà economica, quando la preoccupazione dominante è che essa sia determinante per l’aumento del prodotto interno lordo. Così, per esempio, si costruiscono case e agglomerati urbani avendo di mira solo determinati interessi economici, senza alcuna progettazione che tenga conto dei reali bisogni dell’uomo e della vita sociale
Per farla breve, abbiamo il coraggio di domandarci se viviamo per lavorare (magari per fare l’interesse di pochi) o lavoriamo per vivere? Il problema famiglia lo risolviamo se siamo in grado di dare una risposta vera a questo interrogativo. (Gn 2,18-24; Sal 127; Eb2,9-11; Mc 10,2-16)

 
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Pubblicato da su 5 ottobre 2009 in Uncategorized