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Archivio mensile:luglio 2009

Un sorriso…

 

 

In questo periodo non ho la testa di seguire il mio blog e sto trascurando anche quelli degli amici. E un periodo un po incasinato per me….Ma prometto di tornare quella di prima…( SPERO!!!!  ) per intanto vi mando un grosso bacione e un sorriso, prometto di passare almeno per un saluto nei vostri blog..

 

 

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Spesso nella vita di tutti giorni, cerchiamo cose particolari e ci perdiamo nei dettagli insignificanti, e dimentichiamo la cosa più bella che si può donare e ricevere…UN SORRISO…

 
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Pubblicato da su 29 luglio 2009 in Uncategorized

 

"Chi sono io?"

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Chiese un giovane ad un maestro di spiritualità.
"Sei quello che pensi"
rispose il saggio.

"Te lo spiego con una piccola storia.
Un giorno, dalle mura di una città,
verso il tramonto si videro sulla linea dell’orizzonte
due persone che si abbracciavano. "

"Sono un papà e una mamma",
pensò una bambina innocente.
"Sono due amanti",
pensò un uomo dal cuore torbido.
"Sono due amici che s’incontrano dopo molti anni",
pensò un uomo solo.
"Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare",
pensò un uomo avido di denaro.
"E’ un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra",
pensò una donna dall’anima tenera.
"E’ una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio",
pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.
"Sono due innamorati",
pensò una ragazza che sognava l’amore.
"Sono due uomini che lottano all’ultimo sangue",
pensò un assassino.
"Chissà perché si abbracciano",
pensò un uomo dal cuore arido.
"Che bello vedere due persone che si abbracciano",
pensò un uomo di Dio.

"Ogni pensiero",

 concluse il maestro,

"rivela a te stesso quello che sei."

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2009 in Uncategorized

 

IL significato della vita

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Un professore concluse la sua lezione con le parole di rito: "Ci sono domande?".
Uno studente gli chiese: "Professore, qual è il significato della vita?".
Qualcuno, tra i presenti che si apprestavano a uscire, rise.
Il professore guardò a lungo lo studente, chiedendo con lo sguardo se era una domanda seria. Comprese che lo era. "Le risponderò" gli disse.
Estrasse il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, ne tirò fuori uno specchietto rotondo, non più grande di una moneta. Poi disse:
"Ero bambino durante la guerra. Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi. Ne conservai il frammento più grande. Eccolo. Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di dirigere la luce riflessa negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli. Conservai il piccolo specchio. Diventando uomo finii per capire che non era soltanto il gioco di un bambino, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita. Anch’io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza. Con quello che ho, però, posso mandare la luce, la verità, la comprensione, la conoscenza, la bontà, la tenerezza nei bui recessi del cuore degli uomini e cambiare qualcosa in qualcuno. Forse altre persone vedranno e faranno altrettanto. In questo per me sta il significato della vita".

"Cerchiamo d’essere "specchio" per chi incontriamo, chiunque esso sia, affinché la Luce che da senso alla nostra vita, illumini anche la sua…""

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2009 in Uncategorized

 

Tu, o Signore….

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Tu, o Signore, continui a sfogliare
le pagine del mio romanzo,
e vi aggiungi sempre parole di pace e di perdono;
o Signore,
costantemente mi chiami e mi interpelli
anche se non so interpretare la Tua voce,
anche se continuo a costruirmi
i miei castelli sulla sabbia.

Tu mi insegui,
mi passi sempre accanto, inosservato…,
e mi sfiori dolcemente con la tua carezza soffice
fino a quando il tuo tenero bacio
non prosciuga l’ultima mia lacrima.

Tu, o Signore, insisti sempre
a voler sottrarre alla morte anche i sordi
i falliti, lo sfiduciato e chiunque si ostina
a non lasciarsi inebriare
dal Tuo eterno soffio rigeneratore…
perchè, Signore, Tu sei la vita che non muore!

(L. Spilla)

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2009 in Uncategorized

 

Aprirsi con sincerità agli altri

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da: “Perché ho paura di dirti chi sono”

(Ed. Gribaudi) di John Powell, sacerdote gesuita e psicologo.

La tesi di fondo è : ognuno di noi è mosso da un violento desiderio di essere compreso e amato. Si tratta di una legge innegabile. Ora, chi è compreso ed amato matura più facilmente come persona. Tutti, infatti, portano dentro di sé molte cose (un passato segreto, vergogne clandestine, sogni distrutti, speranze nascoste, felicità frustrate, talenti inespressi ecc…) che, inconsciamente, piacerebbe condividere, però, al di sopra vi è una paura matta di aprirsi liberamente e sinceramente agli altri, a causa del timore, del loro giudizio. L’essere umano, infatti, è interiormente diviso, da una parte da un bisogno quasi irrefrenabile del mondo e delle persone, dall’altro lato da una paura quasi disperata di essere respinto se uscisse dall’isolamento. Il risultato è che la maggior parte degli individui risponde molto superficialmente all’invito di andare incontro agli altri perché prova grande disagio a rivelare la propria nudità interiore. Alcuni sono disposti solo a simulare l’esodo da se stessi, mentre solo pochi trovano il coraggio per imboccare la strada di un’autentica libertà.
Infatti, secondo l’autore, non è la strada dell’introspezione interiore che porta a un reale conoscimento di se stessi, ma la vera autenticità della persona è solo quando il mio esterno riflette fedelmente il mio interno.
In altri termini, per John Powell, nella misura in cui siamo capaci di rischiare, comunicando agli altri chi noi siamo o crediamo di essere, possiamo conoscere chi veramente noi siamo. La comunicazione, cioè è l’unica via che conduce alla comunione e quindi all’accettazione di se stessi e degli altri.
Se, invece, io riesco a comunicare con te e tu con me solo a livello del rapporto soggetto-oggetto, probabilmente ambedue comunicheremo con gli altri e persino con Dio al medesimo livello.
E così, meno una persona è aperta e dilatata all’incontro con l’altro più avrà soltanto parvenze di amicizie e un’eventuale parvenza di fede religiosa (puri scambi di cortesie senza alcun significato autenticamente personale). La vita, sarà, cioè costituita così da un mondo di oggetti, di cose da manipolare, da adoperare come distrazioni o fonti di piacere, ma essenzialmente la persona rimarrà profondamente sola e il processo dinamico della sua personalità soffocato. Ci sarà ,allora, bisogno di stimoli momentanei e artificiali che consistono in varie esperienze “eccitanti”, ossia brevi “viaggi” per sfuggire all’inesorabile impatto della realtà e della solitudine, ma che in realtà mettono una saracinesca di fronte alla vita.
Secondo il sacerdote americano, quindi, la vita ha una legge fondamentale: dobbiamo usare le cose ed amare le persone. Chi vive tutta quanta la sua vita a livello soggetto-oggetto, al contrario, ama le cose ed usa le persone, indossa delle maschere e non è mai se stesso. L’autore ritiene, inoltre, che i nostri sentimenti, se non li manifestiamo in qualche modo, prima o poi esploderanno per qualche via “dannosa”. La medicina psicosomatica, insegna, in tal senso che le emozioni represse possono esplodere in emicranie, eruzioni cutanee, allergie, banali raffreddori, asma, mal di schiena, dolori alle articolazioni, contrazioni muscolari. E ancora, altre esplosioni possono essere, ad esempio, lo sbattere le porte, il serrare i pugni, l’aumento della pressione, lo stringere i denti, le lacrime, gli eccessi di collera e persino la masturbazione.
Ma ciò che è importante sottolineare è che i nostri sentimenti non possono essere seppelliti definitivamente, cioè non possiamo sbarazzarcene facilmente perchè rimangono vivi giù nell’inconscio da dove ci feriscono e ci turbano, ma soprattutto ci condizionano, quotidianamente, e per di più senza neanche accorgercene. Se ,invece, manifesteremo, le nostre vere emozioni, positive o negative che siano, con sincerità, ma anche con equilibrio, rispettando nella comunicazione sia l’emittente (noi stessi) che il ricevente (gli altri), allora , conosceremo meglio il nostro vero io, saremo più padroni di noi stessi, faciliteremo lo svilupparsi di una personalità autentica e preserveremo la nostra salute psichica e fisica.
Il più delle volte se non apriamo al prossimo il nostro mondo emotivo è perché non vogliamo che entri in “casa nostra”, così nascondiamo ciò che proviamo realmente fino a razionalizzare questo atteggiamento, mascherandolo dietro motivazioni diverse, dettate unicamente dalla paura. Però, tutte queste ragioni sono essenzialmente fraudolente e il nostro atteggiamento non può che generare un rapporto fraudolento, freddo, distaccato e meschino, destinato a esaurirsi nel tempo. Dobbiamo, invece, essere capaci di operare un opzione fondamentale e responsabile all’amore, alla gratuità, al dono di sé agli altri e in tale scelta scorgere la motivazione essenziale della nostra vita. In quale modo ciò avverrà è solo relativo.

“Chi ha un perché nella vita troverà anche il come”

 (V.Frankl).

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2009 in Uncategorized

 

REGALA…

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Regala agli altri la luce che non hai,
la forza che non possiedi,
la speranza che senti vacillare in te,
la fiducia di cui sei privo.
Illuminali dal tuo buio.
Arricchiscili con la tua povertà.

Regala un sorriso
quando tu hai voglia di piangere.
Produci serenità
dalla tempesta che hai dentro.
"Ecco, quello che non ho te lo dono".
Questo sia il tuo paradosso.

Ti accorgerai che la gioia
a poco a poco entrerà in te,
invaderà il tuo essere,
diventerà veramente tua nella misura
in cui l’avrai regalata agli altri.

( Alessandro Manzoni )

 
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Pubblicato da su 5 luglio 2009 in Uncategorized

 

C'E' PIù GIOIA NEL DARE…

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Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un’ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Il suo letto era vicino all’unica finestra della stanza. L’altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore.
Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie,
delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto.

Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto vicino alla finestra

poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra.
L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali
il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno. La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza.

Mentre l’uomo vicino alla finestra

descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. In un caldo pomeriggio l’uomo della finestra descrisse una parata che stava passando. Sebbene l’altro uomo non potesse vedere la banda, poteva vederla con gli occhi della sua mente così come l’uomo dalla finestra gliela descriveva.

Passarono i giorni e le settimane.

Un mattino l’infermiera del turno di giorno portò loro l’acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno.
L’infermiera diventò molto triste
e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato,
l’altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra.L’infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.
 
Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto. Essa si affacciava su un muro bianco.
L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra. L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. "Forse, voleva farle coraggio" disse.
 
 
Vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri,
anche a dispetto della nostra situazione.
Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata.
Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi
che il denaro non può comprare oggi.
È un dono, è per questo motivo che si chiama "presente".
L’origine di questa lettera è sconosciuta, ma da tanta gioia.
 
 
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Pubblicato da su 1 luglio 2009 in Uncategorized